Servizi per l’infanzia e occupazione femminile: gli studi italiani e internazionali

L’offerta di servizi per la prima infanzia rappresenta uno snodo cruciale per il rientro delle madri nel mercato del lavoro. Lo conferma il focus – diffuso dal quotidiano Avvenire – realizzato dalle ricercatrici Chiara Puccioni e Daniela Vuri per il Centro Studi Confindustria, che sottolinea come il divario occupazionale di genere in Italia sia trainato soprattutto dalle difficoltà che incontrano le madri di bambini piccoli.

Il tasso di occupazione femminile, fermo al 56,4% nel 2024, riflette una realtà in cui soltanto una madre su cinque rientra subito dopo il congedo obbligatorio, mentre un altro 20% lascia il lavoro perché non riesce a conciliare attività professionale e cura dei figli.

Queste dinamiche si intrecciano con quanto emerge da uno studio internazionale basato su 209 interviste a coppie con doppio reddito e figli. La ricerca, pubblicata nell’articolo “Division of Labor, Multiplication of Gratitude? Gratitude and Resentment Within Households” analizza le economie emotive di gratitudine e risentimento nelle famiglie contemporanee, mostrando come la divisione del lavoro domestico influisca profondamente sulle scelte occupazionali delle donne.

Le studiose e gli studiosi che hanno condotto l’indagine evidenziano che le madri tendono a sostenere un carico sproporzionato sia di lavoro fisico che di lavoro mentale e che spesso vivono con frustrazione l’assenza di un contributo significativo da parte del partner. Questo risentimento è legato anche alle aspettative: molte donne considerano naturale che il carico sia condiviso, mentre molti uomini ritengono il loro contributo fisico sufficiente e percepiscono come eccessive le richieste legate alla pianificazione e al coordinamento familiare.

L’insufficienza strutturale dei nidi amplifica le disuguaglianze domestiche

Le difficoltà di conciliazione vissute da molte madri italiane si radicano anche nella storica carenza di posti negli asili nido. L’Italia è rimasta a lungo sotto il target minimo del 33% fissato dall’Unione Europea nel 2002 per i servizi 0-3 anni. Il piano straordinario del 2007 – finanziato con un miliardo di euro dallo Stato e dalle Regioni – e i successivi investimenti del PNRR hanno migliorato la situazione, ma persistono forti disparità territoriali e un costo medio di circa 300 euro mensili che pesa particolarmente sulle famiglie meno abbienti. Lo studio di Puccioni e Vuri dimostra che tra il 2004 e il 2015 il piano nazionale ha aumentato la copertura dei nidi del 12% e la frequenza del 10%. Due anni dopo la sua introduzione si è osservato un incremento del 4% nel tasso di occupazione femminile e del 6% nella partecipazione al lavoro. Tuttavia, le ricercatrici rilevano anche un aumento della probabilità di lavorare part-time (+15%) e

una riduzione delle ore lavorate (-17%), segno di una persistente incompatibilità tra gli orari dei servizi educativi e quelli lavorativi.

Questa difficoltà di coordinamento degli orari dialoga direttamente con le conclusioni dello studio internazionale sulla divisione del lavoro domestico. Le ricercatrici e i ricercatori spiegano che il carico cognitivo – fatto di pianificazione, gestione degli imprevisti, organizzazione quotidiana – rimane in larga parte sulle spalle delle donne. Quando i servizi non coprono le necessità familiari, il peso dell’organizzazione ricade quasi sempre sulla madre, la cui disponibilità oraria finisce per modellarsi in funzione delle incombenze familiari, spesso più che in funzione del lavoro retribuito.

Effetti emotivi e lavorativi: un intreccio cruciale

Secondo lo studio internazionale, gli uomini tendono a esprimere gratitudine quando il lavoro domestico non retribuito delle partner permette loro di dedicare più tempo del previsto al lavoro retribuito. Il risentimento maschile emerge invece quando percepiscono che il loro contributo non viene riconosciuto. Molte donne, al contrario, mostrano gratitudine solo quando il partner partecipa attivamente anche al lavoro cognitivo e provano frustrazione quando questo aspetto viene trascurato.

L’analisi suggerisce che le aspettative implicite di genere influenzano profondamente le dinamiche lavorative: quando il carico mentale rimane sbilanciato, le madri sono più spinte verso il part-time o verso il ritiro dal mercato del lavoro. Questo si sovrappone ai dati italiani, dove la riduzione delle ore lavorate registrata da Puccioni e Vuri sembra riflettere non solo una carenza strutturale nei servizi, ma anche il permanere di un modello familiare che assegna alle donne la responsabilità primaria della cura.

Le riflessioni di Confindustria e l’esperienza Menarini

La vicepresidente di Confindustria, Lucia Aleotti, interpreta i risultati dello studio di Puccioni e Vuri come una conferma dell’importanza dei servizi all’infanzia per sostenere l’occupazione femminile. Secondo Aleotti, l’emergere del part-time come esito degli interventi sui nidi mostra che l’infrastruttura dei servizi non è ancora pienamente adeguata agli orari del lavoro contemporaneo.

Apprendimento dalla madre: evidenze transnazionali sul legame tra l’occupazione materna e gli esiti dei figli adulti

Infine, preme dare rilievo a un recente studio internazionale, “Learning from Mum: Cross-National Evidence Linking Maternal Employment and Adult Children’s Outcomes”. L’articolo esamina il legame tra l’occupazione materna e gli esiti occupazionali di figli e figlie adulte, utilizzando due indagini internazionali che coinvolgono oltre 100.000 uomini e donne in 29 paesi. I risultati mostrano che le figlie adulte di madri lavoratrici sono più propense ad essere occupate, a ricoprire ruoli di supervisione, a lavorare più ore e a guadagnare di più rispetto alle loro coetanee le cui madri non lavoravano. Inoltre, i figli cresciuti da madri occupate spendono più tempo a prendersi cura dei membri della famiglia, mentre le figlie riducono il tempo dedicato al lavoro domestico.

Lo studio suggerisce due meccanismi principali che spiegano questi effetti: l’influenza degli atteggiamenti di genere e l’apprendimento sociale. I figli delle madri lavoratrici tendono a sviluppare atteggiamenti di genere più egalitari, favorendo una divisione equa del lavoro domestico e delle opportunità professionali. Inoltre, l’esposizione al comportamento delle madri lavoratrici funge da modello di apprendimento sociale, rafforzando la tendenza dei figli e delle figlie a replicare comportamenti simili nell’età adulta, come la partecipazione equa al lavoro domestico e all’occupazione retribuita.

Contesti familiari e societari come moderatori degli effetti dell’occupazione materna

Lo studio esplora anche l’influenza del contesto socio-culturale, osservando che la classe sociale familiare di origine modera gli effetti dell’occupazione materna. Ad esempio, l’esposizione dei figli a modelli di occupazione femminile nella società può sostituire o rafforzare l’influenza diretta dell’occupazione materna sui figli e figlie, con differenze significative a livello regionale e nazionale. Le evidenze suggeriscono che in società dove l’occupazione femminile è più comune, gli effetti positivi dell’occupazione materna sui figli adulti sono più evidenti, mentre in contesti con modelli tradizionali di famiglia, l’impatto è meno pronunciato.

In conclusione, questi studi evidenziano come le politiche di conciliazione lavoro-famiglia, insieme alla cultura sociale e ai modelli familiari, abbiano un impatto significativo non solo sulle scelte occupazionali delle madri, ma anche sugli esiti a lungo termine per i figli. Investire in servizi adeguati e promuovere un cambiamento culturale sono passi cruciali per garantire un’occupazione femminile equa e una distribuzione più giusta del lavoro domestico.

Eleonora Bruno
La Rocca e Associati S.p.A.

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