“Dopo anni di boom, i tirocini extracurriculari risultano adesso in calo. Nel 2025 le attivazioni sono state 275mila, in diminuzione del 2% rispetto al 2024 e del 17% sul 2021, come si evince da dati del ministero del Lavoro sulle comunicazioni obbligatorie. La riduzione più accentuata si osserva al Nord (-24%) e nel settore dell’industria (-31%). Il fenomeno va avanti da tempo. Nel 2021 in Italia si erano svolti 329.301 stage extracurriculari, l’anno successivo 313.683, nel 2023 281.376, certi indicando quindi un calo nel triennio del 10,3% (il dato è qui del Quinto rapporto di monitoraggio sui tirocini, pubblicato lo scorso ottobre e elaborato dall’istituto Inapp).
Numeri che progressivamente si allontanano dal picco registrato ino a circa un decennio fa. Perché se dal 2014 al 2020 si era assistito a un costante aumento, con una media di circa 350.000 tirocini attivi all’anno, si era poi arrivati a una inversione di tendenza in corrispondenza dell’emergenza Covid. Viene da pensare che sia stato per certi versi inevitabile: 11 con il divieto di lavoro in presenza, giocoforza il tirocinio era andato incontro a un depotenziamento.
Troppo complicato riuscire a formare un lavoratore alle prime armi, uno stagista appunto, attraverso uno schermo. Ma a ben vedere le cause del crollo dello stage sembrerebbero anche altre. Una volta il tirocinio era considerato un passaggio obbligato tra l’istruzione e il mondo del lavoro. Un tramite quasi inevitabile. Ma erano tempi in tempi in cui la disoccupazione giovanile nella fascia dei 15-24enni superava il 40%, mentre oggi si viaggia intorno al 18 secondo l’Istat. Si sgomitava di più per un posto di lavoro ed era nelle cose che per centinaia di migliaia di giovani — come tuttora anche se in misura minore – ogni anno arrivasse la sottoscrizione di un tirocinio extracurriculare. Un contratto per essere addestrati su nuove mansioni e iniziare a lavorare.
Non scevro da polemiche perché spesso considerato un mero escamotage per ottenere lavoratori a basso costo e quindi far risparmiare le aziende. Vale la pena sottolineare la differenza con i tirocini curriculari, quelli che si realizzano nel corso di un periodo di studi come l’università o un master, e portano a acquisire crediti conteggiati poi ai ini del raggiungimento del titolo. Sono quelli che non prevedono compenso, a differenza dei tirocini extracurriculari. Che si distinguono proprio perché per loro è previsto per legge l’obbligo di corrispondere una «congrua indennità» che sia superiore a 300 euro, come ha stabilito la legge Fornero del 2012. Ogni regione — non esiste ancora una norma nazionale in tema — ha individuato un minimo: tanto per citare qualche esempio in Lombardia è 500 euro, nel Lazio 800. Hanno perso appeal? L’orizzonte sembra cambiato per gli stage.
E la sensazione, suffragata dai numeri, è che di mezzo ci sia lo zampino dell’inverno demogra ico, ormai considerata una vera e propria glaciazione. Fa sapere l’Istat nel rapporto sulla forza lavoro dello scorso autunno che la quota di 15-64enni sul totale della popolazione si è ridotta nel ventennio che va dal 2004 al 2024 di tre punti, scendendo dal 66,7% al 63,5%. E si prevede che si assottiglierà ancora, arrivando al 54,3% nel 2050 (-9,1 punti sul 2024). Ancora più in dettaglio, si passerà dai 37,2 milioni di individui nell’età indicata del 2024 a meno di 30 nel 2050. Un decremento del 21%.
Gli uomini diminuiranno da circa 18,7 milioni di unità nel 2024 a 15,5 nel 2050 (-17%) e le donne da 18,6 a 14 milioni (24,4%). E’ l’effetto delle cosiddette culle vuote. Nel 2025 sono nati in Italia solo 355mila bambini, nuovo minimo storico dal secondo dopoguerra. In contemporanea il tasso di fecondità è sceso a 1,14 igli per donna. Le mancate nascite fanno sbilanciare il tasso di sostituzione, ovvero la compensazione delle nascite con i decessi.
E allungandosi poi l’aspettativa di vita si ingrossano le ila delle persone anziane rispetto ai giovani. Cosi le aziende, già a corto di candidati che sono sempre di meno (e anche meno disponibili ad accettare qualsiasi tipo di offerta, abituati anche a cambiare più spesso posizione lavorativa), tentennano di fronte all’opzione di offrire a un giovane uno stage. «Quando i candidati sono pochi, per un’impresa diventa più dif icile proporre diversi mesi di tirocinio prima di un contratto e per attrarre una persona può essere necessario assumerla direttamente o accorciare il percorso che conduce all’assunzione», è la ri lessione di Francesco Seghezzi in un articolo pubblicato a inizio settembre sul bollettino dell’associazione Adapt, di cui è presidente. «E’ plausibile che una parte della riduzione dei tirocini derivi proprio da questa sostituzione».
E’ la scarsità di risorse da assumere che giusti ica in sostanza il calo degli stage. Al punto che «la riduzione della disoccupazione e la crescente dif icoltà delle imprese nel trovare lavoratori, soprattutto giovani con determinate competenze, hanno modi icato i rapporti di forza sul mercato». C’è il problema della retention, così crescono i rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Fa ri lettere un altro dato. Il fatto che i tirocini extracurriculari stiano andando in pensione trova un’ulteriore riprova nel loro crescente utilizzo tra gli adulti più avanti con l’età. Nel 2025 la 12 curva di chi ha iniziato uno stage a più di 55 anni risulta in aumento del 19%. Le quote restano comunque esigue perché le attivazioni per i lavoratori senior passano da 9.595 unità a 11.372. Ma il dato mette in luce come il tirocinio stia virando verso un’applicazione più cospicua per i casi di reinserimento lavorativo.
Non più esclusivamente mezzo per reclutare giovani. Che scarseggiano, quindi meglio tenerseli stretti. Non a caso nel frattempo l’Istat attesta un altro trend, che è quello della crescita dei contratti permanenti. L’Italia si trova in una condizione di sostanziale piena occupazione, con una quota di disoccupati ai minimi storici, intorno al 5,3% secondo l’ultima rilevazione Istat relativa a luglio. Il che non signi ica sia tutto rosa e iori — basti pensare al grande numero di inattivi, al 33%, che non risultano tra quelli «in cerca di lavoro». I dipendenti con contratto a tempo indeterminato sono però passati dal 65,4 al 68% sul totale degli occupati, mentre quelli a termine si sono ridotti dal 12,8% al 10,2%.
In particolare a luglio 2026 sul totale degli occupati, pari a 24 milioni 370mila, si contavano 16 milioni e 583mila dipendenti permanenti. Al contrario dei dipendenti a termine, che diminuiscono a quota 2 milioni 486mila. Secondo Seghezzi è il segnale che `il tempo indeterminato è uno degli strumenti che le imprese stanno utilizzando per incentivare il recruiting. Non è generosità, ma scarsità di candidati”. Si sommano alla questione almeno un altro paio di problematiche. Da un lato il mismatch tra domanda e offerta per cui si fatica a trovare lavoratori con le competenze giuste.
Un nodo con cui l’Italia si scontra da tempo e che rende alcune categorie introvabili, specie nel campo dei mestieri manuali. Dall’altro gli imprenditori che si lamentano — il coro è unanime – dei giovani che hanno perso l’attaccamento al lavoro di una volta. E diversi studi ad esempio che sei giovani italiani su dieci considerano il diritto alla disconnessione una priorità e che l’equilibrio vita lavoro sia ritenuto la priorità assoluta per la GenZ, ancora più dello stipendio. Il mito del lavoro è scomparso tra le nuove generazioni. Non sorprende allora che insieme a questo anche i tirocini extracurriculari diventino cosa del passato.

