L’economia sociale è invisibile al rating?

L'economia sociale in Europa conta 4,3 milioni di organizzazioni e 11,5 milioni di posti di lavoro. Lo scrive Paolo Venturi – Se l’economia sociale è invisibile al rating – Milano Finanza.

Le chiavi alzate al cielo nelle piazze di Madrid non sono solo una questione spagnola. La protesta degli inquilini contro i fondi che hanno trasformato un bisogno primario in un asset da cui estrarre rendita sta attraversando l’Europa, da Lisbona a Barcellona 􀏐ino alle nostre città
universitarie.

Secondo Eurostat, tra il 2010 e inizio 2025 i prezzi delle case in Ue sono cresciuti del 57,9% e gli af􀏐itti del 27,8%. Sarebbe però un errore leggere la piazza come una semplice domanda di più risorse e prezzi calmierati. Ciò che viene contestato è un modello ed è
per questo che la questione abitativa chiama in causa l’economia sociale, che in Europa conta 4,3 milioni di organizzazioni e 11,5 milioni di posti di lavoro.

La stessa Commissione, nella revisione del Piano d’azione europeo per l’economia sociale, riconosce che cooperative, fondazioni, organizzazioni a profitto limitato e community land trust possono costruire, possedere e gestire abitazioni ancorando il valore ai territori invece di disperderlo nella rendita. La casa è sintomo di un guasto più profondo. A non funzionare più è la cinghia di trasmissione tra aumento del pil e prosperità diffusa. In Italia nell’ultimo decennio il pil è cresciuto in termini reali di circa l’1% l’anno, eppure le persone in povertà assoluta sono passate da 4,1 milioni nel 2014 a 5,7 milioni nel 2024.

L’equità è stata disarcionata dalla crescita e nessuna redistribuzione a valle sembra in grado di rimetterla in sella. II lavoro non protegge più dalla povertà, mentre la casa smette di essere il presidio della sicurezza familiare e diventa il luogo in cui le disuguaglianze si consolidano e si ereditano. Serve una visione che sappia immaginare il cambiamento e metta al centro le economie sociali, mutualistiche e contributive della società, capaci di produrre valore d’uso e non solo rendimento, di tenere insieme casa, servizi e relazioni, di restituire alle comunità
patrimoni sottratti alla speculazione. Non si tratta di un settore residuale cui affidare la riparazione dei danni ma di un modo di fare economia che può orientare l’intero sistema.

Le politiche pubbliche devono riconoscerlo, smettendo di trattare questi soggetti come fornitori e cominciando a considerarli partner nella costruzione delle infrastrutture sociali del Paese. A questa nuova stagione la 􀏐inanza è chiamata a contribuire e non bastano qualche linea
dedicata o un prodotto etichettato come sostenibile. Occorre uscire dai racconti tradizionali del merito di credito per includere nella valutazione l’impatto sociale e il beneficio generato per le comunità.

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