Nel 2024 oltre la metà dei 42,5 milioni dei potenziali contribuenti non ha versato nemmeno un euro all’erario e il 19%, equivalente ai detentori dei redditi annui lordi superiori ai 35 mila euro, ha pagato i due terzi delle imposte dirette introitate dall’erario. La mappa dei
contribuenti sono stati riproposti dal report del Centro Studi Itinera Previdenziali.
Il rapporto di Itinerari Previdenziali contiene anche un’interessante stima dei trasferimenti dello Stato al fondo per le prestazioni assistenziali dell’Inps (Gias) che evidenzia la crescita esponenziale della spesa per i sostegni al reddito di varia natura, dai 74 miliardi del 2008 ai 180
miliardi del 2024 (gli assegni sociali, le integrazioni dei minimi pensionistici, i sostegni ai redditi per carenza di lavoro e ai nuclei in povertà̀, gli importi derivanti dagli sgravi contributivi sui salari, gli assegni per i figli a carico, ecc.). Nel medesimo periodo, si è ridotta la pressione
fiscale sui redditi inferiori ai 29 mila euro l’anno, mentre è aumentata progressivamente su quelli superiori ai 35 mila euro. Le risorse erogate dall’Inps per finalità assistenziali sono solo una parte della spesa pubblica finalizzata a sostenere le persone e le famiglie
Disagiate.
La spesa assistenziale ha registrato dei balzi nel corso delle due grandi crisi economiche (2008-2014 e 2020-2021), ma è aumentata costantemente anche nei periodi di crescita dell’economia e dell’occupazione. L’incremento del numero dei beneficiari ha comportato
una parallela attenzione delle forze politiche ad assecondare la continuità̀ delle prestazioni in essere e per assecondare le rivendicazioni di altre categorie economiche e sociali. Nel tempo il numero delle prestazioni erogate con questi criteri è aumentato enormemente con il
corredo di redditi fiscali forfettari, flat tax, sgravi contributivi sulle retribuzioni e per incentivare il rinnovo dei contratti di lavoro.
Questa evoluzione offre una spiegazione anche dell’abnorme utilizzo delle dichiarazioni Isee, e delle soglie di reddito, per selezionare i beneficiari, per conciliare le promesse elettorali con i vincoli della spesa pubblica. L’epilogo finale è la generazione di una gigantesca mole di incentivi per: sotto dichiarare i redditi effettivamente percepiti e per disaggregare in modo opportunistico i nuclei familiari e le residenze dei singoli membri per ridurre il valore delle dichiarazioni Isee, eludere le imposte e accedere nel contempo ai regimi agevolati di prestazioni e servizi pubblici.
Viste le argomentazioni precedenti non è azzardato affermare che le politiche per il sostegno dei bassi redditi hanno contribuito paradossalmente a comprimere la crescita dei redditi per la straordinaria mole di risorse sottratte agli impieghi produttivi, per le distorsioni generate sul comportamento dei contribuenti e per le penalizzazioni delle categorie produttive.
L’impoverimento del ceto medio, e l’esigenza di costruire una fiscalità incentivante per la crescita della produttività e della redditività delle imprese, è oggetto di crescenti attenzioni. Ma i provvedimenti scaturiti o in corso di gestazione (la riduzione parziale delle
aliquote sui redditi tra i 40 mila e i 50 mila euro) possono, nella migliore delle ipotesi, contribuire a contenere la deriva. L’aspetto più problematico non è la carenza di risorse, ma la capacità di interrompere il circolo vizioso che alimenta la domanda e l’offerta politica di
provvedimenti assistenziali.

