La pressione fiscale aumenta anche per la lotta all’evasione. I numeri nella relazione del Mef Roma. Una delle critiche più forti al governo da parte delle opposizioni, che colpisce un punto sensibile per gli italiani in generale e per l’elettorato di centrodestra in particolare, riguarda l’aumento della pressione fiscale.
Era al 41,6 per cento nel 2022, quando si è insediato il governo Meloni, e concluderà la legislatura al 43 per cento nel 2027 (previsione del Dpfp). Giorgia Meloni si è giustificata sostenendo che sia colpa (o merito) dell’aumento dell’occupazione: il governo non ha alzato le aliquote, anzi ha tagliato il cuneo fiscale, ma l’incremento del gettito fiscale e contributivo dei nuovi occupati ha fatto meccanicamente aumentare il rapporto tra imposte/contributi e pil. La tesi implica, però, un effetto negativo sulla produttività: se i nuovi occupati fanno aumentare il gettito più di quanto facciano crescere il pil, significa che la loro produttività media è inferiore a quella degli occupati già presenti. Un altro argomento, accennato nel Dpfp appena approvato, indica come causa il successo della lotta all’evasione: “La pressione fiscale aumenterà in misura molto lieve rispetto al 2025, con un contributo determinante fornito dagli sforzi volti a contrastare l’evasione fiscale”.
Questa interpretazione trova una conferma nella Relazione sull’evasione fiscale, appena pubblicata dal Mef. La Relazione sull’evasione del Mef di quest’anno analizza i dati relativi al 2023 (ultimo anno disponibile), ma in una parte fa un’analisi che arriva al 2025 su come l’attività di contrasto all’evasione influisca sulla pressione fiscale. Perché dal punto di vista del bilancio pubblico le entrate erariali derivanti dall’attività di compliance, prevenzione e contrasto all’evasione costituiscono una sorta di extragettito che – in assenza di altre misure – contribuisce all’aumento della pressione iscale. Se il risultato dell’attività di Agenzia delle entrate, Guardia di finanza, Agenzia delle dogane, Inps e Inail è costante rispetto all’andamento dell’economia, allora non c’è alcun impatto sulla pressione fiscale.
Se invece cambia nel tempo, sı̀. E quello che fa la Relazione del Mef è proprio guardare l’evoluzione nel tempo dell’attività di recupero dell’evasione in rapporto al pil. Quello che si nota è “la continua e significativa crescita delle entrate (erariali e non erariali) derivanti dall’attività di promozione della compliance e prevenzione e contrasto dell’evasione, interrotta solo nel quadriennio 2018-2021 e oggi più che triplicata, in rapporto al prodotto, rispetto ai valori di inizio secolo”, dice la relazione del Mef. In sostanza, se nel 2006 il recupero dell’evasione era pari allo 0,5 per cento del pil, nel 2025 è arrivato all’1,7 per cento.
La crescita è stata costante nel tempo, eccetto una flessione nel 2018-19 e un crollo nel 2020-21 sotto l’1 per cento (in questo caso a causa del Covid), per poi risalire rapidamente all’1,7 per cento del 2025 che è iltasso più alto della serie. Nello stesso grafico, la relazione mostra l’andamento della pressione fiscale al netto e al lordo delle entrate derivanti dall’attività citata, che mostra come l’incremento della pressione fiscale negli ultimi anni ci sia comunque stato ma che una parte sia dovuta alla maggiore intensità del contrasto all’evasione: senza di questo, la pressione fiscale cosiddetta “netta” – ovvero su chi paga regolarmente le tasse – starebbe ai livelli del 2021. Questo fenomeno, se in parte va a favore della narrazione del governo, perché spiega parte dell’aumento della pressione fiscale non dovuto a un inasprimento delle tasse,
in parte va contro. Perché nella narrazione di questo governo, come di tutti quelli che l’hanno preceduto, il recupero dell’evasione fiscale dovrebbe essere utilizzato per ridurre le tasse a chi regolarmente le paga lasciando invariata la pressione fiscale complessiva sull’economia. Ma questo non è mai accaduto, benché la lotta all’evasione fiscale nel tempo stia producendo buoni risultati. Secondo la Relazione, nel 2023 il gap tributario e contributivo è rientrato in una forchetta tra 107,9 e 112,8 miliardi di euro. Un valore ancora molto elevato, e addirittura in crescita in valore assoluto, che però riflette anche l’incremento delle basi imponibili, dovuto sia alla crescita economica che – soprattutto negli ultimi anni – all’inflazione. Pertanto, se si rapporta questa grandezza al pil, il tax gap nel 2023 è risultato pari al 17,5 per cento, con un calo di 0,2 punti rispetto al 2022 e di 2,5 punti rispetto al 2019.
La relazione evidenzia anche il raggiungimento dell’obiettivo del Pnrr, che richiedeva una riduzione della “propensione all’evasione”, calcolata per tutte le imposte di almeno il 10 per cento, in media nel biennio 2022-2023, rispetto al valore di riferimento del 2019. Gli ultimi dati mostrano una riduzione del 12 per cento, superiore alla previsione dell’anno scorso (- 10,9 per cento). La riduzione “appare attribuibile, in primo luogo, alla riduzione relativa dell’evasione dell’Iva, dell’Ires e dell’Irap” scrive il Mef, mentre è “più contenuta, in termini relativi, la riduzione dell’evasione dell’Irpef sui redditi da lavoro autonomo e di impresa”. E’ un risultato che viene da lontano, dalle riforme che hanno ridotto notevolmente il gap dell’Iva portandolo più vicino alla media europea attraverso provvedimenti come lo split payment, la fatturazione elettronica e i corrispettivi telematici.
Questa strategia, avviata dal governo Renzi, sta proseguendo con misure come l’obbligo di collegamento del Pos ai registratori di cassa, introdotto a inizio 2026 e che, secondo quanto riportato dal Sole 24 Ore, ha fatto emergere 11,8 miliardi di euro di imponibile in più nei primi otto mesi dell’anno. Ma neppure questo extragettito, secondo quanto prevede il Dpfp appena approvato dal governo, sarà usato per ridurre la pressione fiscale.

