22 Aprile 2024

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Un nuovo approccio al lavoro per la Generazione Z

Da un recente articolo pubblicato sul Washington Post dal titolo “Gen Z is bringing back the part-time job”, emerge come, già in età adolescenziale, la Generazione Z stia iniziando a farsi strada nel mondo del lavoro.
Complice la pandemia, dal 2020 l’età media occupazionale per il primo impiego si è sensibilmente ridotta, attestandosi tra i 14 e i 16 anni.

Si assiste ad una vera e propria inversione di tendenza rispetto alla generazione dei Millenials e dall’analisi della situazione occupazionale dell’ultimo ventennio, a partire dal 2000, si registra un graduale aumento dei posti di lavoro tra gli adolescenti.

Tra i ruoli più ambiti, spiccano i settori dell’hospitality e del commercio, mentre le motivazioni che spingono i più giovani a cercare lavoro sembrano per lo più legate al desiderio di sperimentare l’indipendenza e all’opportunità di aiutare economicamente le proprie famiglie.

Il mercato del lavoro appare più stabile negli ultimi anni e per compensare i danni provocati dalla pandemia e dalla carenza di personale, in molti contesti europei ed internazionali i datori di lavoro continuano a promuovere l’occupazione con l’aumento dei salari minimi, strategia utile alle aziende per risultare più competitive sul mercato e attrarre le nuove generazioni verso il mondo del lavoro.

Alcuni studi dimostrano, tuttavia, che un approccio così precoce potrebbe sortire effetti a lungo termine sulla formazione giovanile.
L’idea che ricevere uno stipendio già in età scolare sia di gran lunga più gratificante che proseguire con gli studi, appare senz’altro preoccupante.
Questa tendenza potrebbe cambiare per sempre le professioni del futuro e ridurre sensibilmente il numero dei diplomati e dei laureati.

Dalle analisi statistiche pubblicate dall’Eurostat, emerge infatti come la partecipazione dei giovani all’istruzione e al mercato del lavoro si relazionano tra loro in modo diverso, spingendosi talvolta al di là di una semplice “transizione unidirezionale dalla scuola al lavoro”. 
Alcuni giovani sperimentano le prime occupazioni sotto forma di lavoro part-time, nel weekend o durante la sospensione estiva, pur continuando a frequentare la scuola. 

Il ritmo di uscita dall’istruzione, infatti, differisce a seconda del ritmo di ingresso nel mondo del lavoro.
Alcune persone riescono a gestire contemporaneamente il mondo dell’istruzione e il mondo del lavoro, viceversa per altre prevale la scelta di abbandonare il percorso di studi e intraprendere una carriera lavorativa con salari più o meno bassi.
Altri ancora decidono di non intraprendere una carriera occupazionale e di non inserirsi in percorsi di istruzione o di formazione; trattasi dei c.d. NEET, giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni.

A tal proposito, da un’indagine condotta dall’Unione Europea nel 2020, è emerso che, ancor prima della pandemia, il tasso di occupazione dei possessori di un diploma di istruzione universitaria, di età tra i 25 e 30 anni, risulta di gran lunga superiore (85%) rispetto al tasso di occupazione della popolazione che ha conseguito un livello di istruzione primaria o secondaria inferiore (54%).

In genere, esistono differenze strutturali significative tra i paesi europei nella partecipazione dei giovani al mercato del lavoro. 
La ragione è da rintracciarsi in una combinazione di diversi fattori, tra cui la flessibilità del mercato e la disponibilità di percorsi di alternanza scuola-lavoro all’interno del contesto nazionale di istruzione e formazione.
Ad esempio, l’Italia, nel 2022, rientra ancora tra i paesi il cui tasso di occupazione giovanile è più basso della media europea nella fascia di età tra i 15 e i 34 anni.

Allo stesso tempo, la partecipazione simultanea all’istruzione e al mercato del lavoro è ancora molto difficile e rimane inferiore alla media dei paesi europei.

In generale, i giovani lavoratori di oggi credono di più al lavoro rispetto alle generazioni del passato.
Il lavoro ha, nel tempo, assunto un valore sempre più identitario, nonostante abbia assunto forme diverse e più flessibili rispetto al passato. I giovani non si accontentano più di salari medio-bassi ma ricercano luoghi di lavoro accoglienti e a tutela delle pari opportunità.

Un nuovo approccio al lavoro per la Generazione Z.

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