Il quiet quitting: una percezione diversa

Il quiet quitting: una nuova percezione del lavoro. Tra i fenomeni di recente emersione nel mondo del lavoro, si eleva la nuova frontiera del “Quiet quitting”, termine coniato dal recruiter aziendale Bryan Creely per descrivere la recente tendenza degli individui a limitare, in termini quantitativi e qualitativi, l’interesse dedicato al proprio lavoro, facendosi largo piuttosto, l’idea dell’impegno mirato al raggiungimento degli obiettivi principali, il cosiddetto minimo indispensabile, pur nel rispetto delle mansioni attribuite e dell’orario di lavoro. Tra questi atteggiamenti rientra il “rifiuto di andare oltre”, del presentarsi a lavoro in anticipo o più semplicemente, di partecipare ad attività ulteriori rispetto a quelle ordinarie.

Ad ampliare il caso, ha sicuramente influito, un recente video pubblicato su Tik Tok dall’ingegnere ventenne Zaid Khan, il quale, rappresentando la generazione Z e ottenendo milioni di views, sottolineava la frase “Work is not your life” per indicare come il proprio valore nel mondo non fosse necessariamente legato alla capacità di essere produttivi sul lavoro.

Ma cosa si nasconde davvero dietro al quiet quitting?

Di sicuro, c’è che la pandemia ha assunto in questi ultimi anni un ruolo dominante nella percezione del mondo e in particolare, dei rapporti di lavoro ai tempi dello smartworking.
Aprendo gli occhi sui rischi dell’epidemia, ha reso più labili i confini delle relazioni e delle organizzazioni su cui si era strutturato il sistema lavorativo sino a quel momento.
Ciascuno ha iniziato a chiedersi cosa fosse prioritario nella propria vita, se fosse così corretto approcciarsi ancora alla cultura della rapidità, dell’always-on (ossia del restare sempre connessi) e se le aziende si preoccupassero effettivamente delle persone e del proprio valore, finendo, i lavoratori, per porre in secondo piano ciò che non li facesse sentire motivati e, di certo, per chi ha capito di non amare il proprio lavoro, l’approccio non è stato pacifico.

Gli studi sul quiet quitting

Da un’analisi del New Yorker emerge che, guardando al passato, anche la generazione dei cd. baby boomers (nati tra il 1946 e il 1964), ha vissuto, all’indomani della Seconda guerra mondiale, una forte crisi d’identità molto simile a quella pandemica, percependo il lavoro come un ostacolo alla propria realizzazione personale e lamentandone una perdita di valore.

Tuttavia, se da un lato questa nuova prospettiva ha sortito i suoi effetti sull’approccio al lavoro, dall’altro lato, si è posto il problema di capire come possano, le aziende, andare incontro alle nuove problematiche sociali e lavorative.
Da un recente rapporto dell’Harvard, è emerso che anche i datori di lavoro dovranno prediligere maggiori investimenti nel settore delle risorse umane, oltre che sulla produzione, o finanziare progetti che mirino a comprendere, in modo pressocché oggettivo, quali interventi siano più idonei ad attrarre nuovi dipendenti motivati e coinvolti, nella speranza che non venga a mancare quella forza lavoro capace di affrontare anche quelle attività extra che garantiscono una maggiore efficienza e competitività sul mercato.

Come inciderà il fenomeno del quiet quitting sul futuro?

Appare dunque doveroso chiedersi quali siano le sorti del lavoro in futuro, non solo alla stregua del quiet quitting, che assorbirà sempre maggior interesse nel panorama internazionale, ma anche nell’ottica della riconciliazione dei tempi di vita e di lavoro, aspetti salienti che, unitariamente considerati, causano inevitabilmente una situazione di crisi rispetto alla tradizionale concezione del lavoro e che, ci auguriamo, richiamino anche l’interesse del legislatore.

Il quiet quitting: una percezione diversa.

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