Nel dettaglio, il Rapporto rileva un aumento di 75.723 pensionati rispetto al 2023 (+0,47% la variazione percentuale), con gli uomini che salgono di 54.927 unità e le donne che incrementano invece il loro numero di 20.796 unità. Venendo al numero di prestazioni pensionistiche, al 2024 ne risultano in pagamento 23.015.011, con una crescita di oltre 95mila trattamenti (+0,42%) rispetto ai 22.919.888 dello scorso anno: 17.757.257 sono prestazioni erogate nella tipologia IVS, 4.644.565 pensioni assistenziali INPS e 613.189 prestazioni indennitarie INAIL.
Rispetto alla precedente edizione del Rapporto calano le pensioni indennitarie (-2,23%), mentre crescono sia le prestazioni IVS (seppur con un modesto +0,03%) sia – soprattutto – quelle di natura assistenziale (+2,30%). Una tendenza confermata anche dall’analisi di lungo termine: nel periodo compreso tra 2008-2024, si rileva una diminuzione di ben 692.284 prestazioni (-2,92%), cui ha contribuito principalmente il calo delle rendite indennitarie (-35,54%) e in parte quello delle pensioni IVS (-4,67%); nello stesso arco temporale, i trattamenti assistenziali hanno viceversa registrato una variazione positiva del +12,48% (pari a 515.271 unità). “Risulta piuttosto chiaro – il commento di Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – che le prestazioni assistenziali sono la principale causa dell’aumento del numero dei pensionati. Per quanto riguarda i trattamenti previdenziali è interessante invece notare come nell’ultimo biennio (2023-2024) ci sia stata un’inversione di tendenza, con le pensioni di vecchiaia liquidate in numero maggiore rispetto alle anticipate, il che è positivo perché riduce la spesa e contiene le età di pensionamento”.
A prescindere dalla tipologia, ogni pensionato riceve in media 1,411 prestazioni: di fatto, è in pagamento una prestazione ogni 2,561 abitanti, vale a dire circa una per famiglia; un valore stabile rispetto alle ultime rilevazioni destinato a salire addirittura a una prestazione ogni 2,1 abitanti considerando nel computo anche altre prestazioni come l’ADI e trattamenti assistenziali erogati dagli enti locali.
Nel complesso, la spesa pensionistica di natura previdenziale comprensiva delle prestazioni IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti) è ammontata nel 2024 a 286,14 miliardi, con un incremento di 18,7 miliardi, al quale ha contribuito non solo l’incremento dello stock di pensionati ma anche la rivalutazione delle pensioni (+5,4%), benché riconosciuta in misura piena solo per gli assegni di importo inferiore o pari alle 4 volte il trattamento minimo. Bene le entrate contributive, che crescono più della spesa (+23,89 miliardi), consentendo al saldo previdenziale tra entrate e uscite di ridursi: al 2024, la passività ammonta a 25,55 miliardi, a fronte dei 30,72 dell’anno precedente.
A pesare sul deficit complessivo soprattutto gli oltre 46 miliardi della gestione dei dipendenti pubblici (erano 33 prima di COVID-19). In passivo anche le gestioni artigiani (3,8 miliardi) e coltivatori diretti – coloni – mezzadri (quasi 2 miliardi), mentre al contrario incidono positivamente sul saldo previdenziale: la gestione FLPD (Fondo Pensione Lavoratori Dipendenti, compresa la gestione ex ENPALS) con un attivo di 11,58 miliardi; i commercianti, con un saldo positivo di 590 milioni; la Gestione Separata dei lavoratori parasubordinati che, con un saldo positivo tra contributi e prestazioni di 9,91 miliardi, risulta indubbiamente favorita dall’istituzione piuttosto recente, avvenuta nel 1996, e dunque dal numero ancora ridotto di pensionati, spesso peraltro percettori di assegni di importo contenuto.
Bene anche le Casse privatizzate dei liberi professionisti che, potendo contare a propria volta su un buon rapporto attivi/pensionati, mostrano un saldo positivo per 4,43 miliardi di euro.
Dopo il difficile biennio 2020-2021, caratterizzato dalla pandemia, è proseguita anche nel 2024 la crescita del numero di occupati, risalito fino a 24.065.00 unità, valore nettamente superiore a quello pre-COVID, e ulteriormente cresciuto nel 2025, assestandosi a quota 24,221 milioni nel settembre 2025. In aumento anche il numero di ore lavorate (+2,8%, al netto degli effetti del calendario) e i salari (+3,4%), con impatti appunto positivi sulle entrate contributive complessive. Non solo, nonostante l’incremento dei pensionati, i progressi dell’occupazione consentono un ulteriore miglioramento del rapporto attivi/pensionati, fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano: al 2024, il valore è pari a 1,4758. Benché ancora al di sotto di quell’1,5 indicato nelle precedenti edizioni come “soglia di sicurezza” necessaria per la stabilità di medio-lungo termine della nostra previdenza obbligatoria, si tratta del miglior dato di sempre tra quelli registrati dal Rapporto.
“Considerando il forte invecchiamento della popolazione, l’obiettivo per l’Italia potrebbe essere quello di raggiungere un rapporto di 1,6/1,7 attivi per ogni pensionato e, in effetti, le previsioni per gli anni a venire suggeriscono un lento ma progressivo miglioramento. Affinché queste stime si concretizzino, sarà però necessario investire in politiche industriali che rilancino la stagnante produttività del Paese, e quindi migliorare le politiche attive per il lavoro, soprattutto allo scopo di migliorare i tassi occupazionali (sì da record in Italia, ma pur sempre da fanalino di coda nel confronto con l’UE) e arginare il fenomeno del mismatch tra domanda e offerta di lavoro” precisa Brambilla.
Laddove si tenesse invece conto dei soli percettori di trattamenti previdenziali “puri” e non delle persone assistite, il numero dei pensionati scenderebbe da 16,3 a 13,5 milioni, portando il rapporto attivi/pensionati a un ottimo 1,77, livello molto buono per la sostenibilità finanziaria di medio-lungo termine del sistema. Ecco perché, ancora una volta, il Rapporto pone dunque l’accento anche sull’eccessiva commistione tra previdenza e assistenza di cui soffre il nostro sistema: commistione ben esemplificata anche dall’elevato numero di pensioni di vecchiaia che, poiché non sorrette da solide contribuzioni, necessitano di integrazioni al minimo (2.152.433 nel 2024) o di altre forme di maggiorazione sociale a carico della fiscalità generale.
“Volendo tirare le fila, malgrado i molti “catastrofisti”, i conti della previdenza reggono, e dovrebbero farlo anche tra 10-15 anni, quando la maggior parte dei baby boomer nati dal Dopoguerra al 1980 – coorti molto numerose e dunque assai significative in termini pensionistici – si saranno pensionati”, ha commentato Brambilla. L’equilibrio è però sottile e potrà essere preservato solo con un’applicazione puntuale dei due stabilizzatori automatici già previsti dal sistema, vale a dire adeguamento all’aspettativa di vita dei requisiti di età anagrafica e dei coefficienti di trasformazione. «È evidente – ha aggiunto il Professore – che i saldi previdenziali di molte gestioni risentano negativamente delle numerose forme di anticipazione che, negli ultimi anni, hanno sia generato confusione con troppe regole differenti (un ritorno alla “giungla” del passato) sia contribuito ad abbassare le età di pensionamento».
Non a caso, il documento rileva che, mentre nel 2019 l’età effettiva di pensionamento anticipato aveva raggiunto per le gestioni INPS del settore pubblico e privato una media di 62,4 anni, al 2024 è scesa a quota 61,7: numeri che suggeriscono la necessità di requisiti anagrafici più stringenti, andando semmai a premiare con maggiore flessibilità i nastri contributivi più lunghi e, in particolare, le lavoratrici madri.
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