“L’Italia che sfugge al fisco vale più di 218 miliardi di euro, un tesoro nascosto tra lavoro sommerso, traffico di droga, prostituzione e contrabbando di sigarette. L’Istat mette nero su bianco il bottino del 2024, ultimi dati disponibili a f ini statistici: l’economia sommersa, al netto dell’illegalità, sale a 198,4 miliardi (+0,8 miliardi rispetto all’anno precedente), mentre il valore delle attività illegali scende a 19,8 miliardi. Il totale è di 218,2 miliardi, in aumento dello 0,3% rispetto al 2023 quando il conto totale dell’economia non osservata era a 217,6 miliardi. L’incidenza sul Pil dell’economia sommersa scivola dal 10,2% a19,9%, ma la strada è ancora lunga. Sotto la lente degli esperti finisce la crescita del lavoro irregolare che viaggia al triplo della velocità dell’occupazione in regola. Riguarda 3,2 milioni di persone, con un aumento del 4,6% in un solo anno (+ 145mila in termini assoluti).
L’accelerazione riguarda in particolare il settore delle costruzioni, l’agricoltura e si concentra soprattutto nei servizi alle persone. «È un segnale che dovrebbe spingerci a guardare non soltanto al numero degli occupati, ma anche alle condizioni nelle quali si lavora», ha sottolineato il presidente di Adapt, Francesco Seghezzi. A sostenere la dinamica complessiva dell’economia sommersa è proprio la crescita del valore aggiunto connesso all’impiego di lavoro irregolare, che aumenta del 3,9% (corrispondente a circa 3,1 miliardi).
Secondo l’Istituto di statistica, il lavoro irregolare e la sotto-dichiarazione di fatturato e costi delle imprese arrivano a toccare i 187,8 miliardi di euro.
Marcata, invece, la contrazione di altre componenti del sommerso: mance e fitti non dichiarati diminuiscono del 13,1% (pari a -1,6 miliardi) rispetto al 2023. Non manca dai conti dell’Istat il peso delle attività illegali, che resta consistente. Nel 2024 il traffico di stupefacenti registra una lieve riduzione e il suo valore scende a 14,9 miliardi di euro. Nello stesso periodo, invece, i servizi di prostituzione mostrano una crescita e valgono 4,2 9 miliardi. Mentre si conferma marginale l’attività di contrabbando di sigarette con un valore a 0,6 miliardi”.
Perché aumenta tanto il lavoro irregolare?
Un punto di vista possibile è quello di Francesco Seghezzi – Perché in Italia aumenta il lavoro irregolare – Il Sole 24 Ore.
“Le analisi e il dibattito sul mercato del lavoro in Italia si concentrano, giustamente, sui dati particolarmente positivi degli ultimi trimestri, che raccontano di una crescita costante. Occorre però dedicare attenzione anche alle ombre che altri dati mostrano, in particolare
relativamente ad una delle storiche piaghe del nostro Paese: il lavoro irregolare.
Negli scorsi giorni Istat ha diffuso il suo aggiornamento sull’economia non osservata, dal quale emerge che nel 2024 le unità di lavoro irregolari sono aumentate del 4,6%, quasi tre volto il ritmo di crescita di quelle regolari, fermo all’1,6%. In termini assoluti parliamo di 3 milioni e 277mila unità di lavoro irregolari, 145mila in più rispetto al 2023 e quasi 300mila in più rispetto al 2021. Il tasso di irregolarità, dopo essere sceso al 12,5% nel 2022, è tornato a salire raggiungendo il 13,1%. Si tratta di unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, non di singoli occupati, una distinzione utile per comprendere la dimensione del fenomeno.
Colpisce soprattutto la componente dipendente, che conta quasi 2,4 milioni di unità irregolari ed è cresciuta del 5,4% nell’ultimo anno, contro il 2,7% del lavoro indipendente. Il tasso di irregolarità dei dipendenti, pari al 13,2%, supera cosı̀ quello degli indipendenti, attestato al 12,7%. Sono trend preoccupanti e mostrano una crescita marcata che svela come questa enorme criticità del mercato del lavoro italiano sia lontana dall’essere risolta e come possa muoversi parallelamente a una crescita dell’occupazione regolare. La distribuzione settoriale
aiuta a comprendere meglio la natura del problema.
Negli altri servizi alle persone il tasso di irregolarità raggiunge addirittura il 41,4%, in aumento di quasi un punto rispetto all’anno
precedente. È il comparto nel quale pesa particolarmente il lavoro domestico e nel quale la domanda proviene spesso direttamente dalle famiglie. Seguono l’agricoltura con il 18,4%, il commercio, i trasporti, l’alloggio e la ristorazione con il 15,5% e le costruzioni con il
13,6%. Questi ultimi due comparti, insieme all’agricoltura, registrano incrementi del tasso di irregolarità particolarmente marcati. L’industria in senso stretto presenta invece un’incidenza del 6%.
Una concentrazione che richiama alcune caratteristiche strutturali della nostra economia: la frammentazione delle attività produttive, la diffusione di servizi ad alta intensità di lavoro, la presenza di una domanda particolarmente sensibile al prezzo e la difficoltà di
organizzare e controllare prestazioni svolte in contesti molto dispersi. Non si può naturalmente ricavare da questi numeri una spiegazione univoca delle cause dell’irregolarità. Ma sarebbe riduttivo considerarla soltanto come il risultato di comportamenti individuali
opportunistici o di controlli insufficienti.
In alcuni comparti il ricorso al lavoro irregolare sembra inserirsi in equilibri economici nei quali prezzi bassi, margini contenuti e scarsa
organizzazione del lavoro finiscono per alimentarsi reciprocamente. Il caso dei servizi domestici è particolarmente indicativo perché coinvolge direttamente le possibilità economiche delle famiglie e l’organizzazione del sistema di cura. Le conseguenze sono serie
perché l’irregolarità introduce una forma di concorrenza che penalizza le imprese che rispettano gli obblighi contributivi e contrattuali, e riduce la capacità della contrattazione collettiva di incidere sulle condizioni effettive di lavoro. C’è un ultimo elemento che merita
quantomeno di essere citato.
La ripresa del lavoro irregolare coincide temporalmente con il progressivo superamento del Reddito di cittadinanza, avviato nel 2023 e completato nel 2024. La perdita di un sostegno economico potrebbe aver ridotto la possibilità, per una parte dei lavoratori più fragili, di rifiutare occupazioni irregolari e scarsamente retribuite. Ma il rapporto potrebbe funzionare anche nella direzione opposta, perché l’eliminazione del sussidio riduce l’incentivo a nascondere redditi da lavoro per conservarne il diritto. I dati disponibili non consentono di distinguere questi effetti, né di stabilire un rapporto causale.
Resta però una questione che meriterebbe attenzione, anche per valutare le conseguenze delle politiche di contrasto alla povertà sul funzionamento effettivo del mercato del lavoro”.

