Il mercato del lavoro negli studi dei Nobel Economia

Il premio Nobel per l’Economia 2026 è stato assegnato agli statunitensi Michael Woodford e Robert Hall per i loro studi sui «fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica». I due professori «hanno messo a punto nuovi modelli che hanno migliorato la nostra capacità di attuare politiche di stabilizzazione efficaci» ha dichiarato il comitato per il Nobel. Lo scrive Andrea Goldstein – Hall e Woodford, scienziati complementari tra consumi familiari e prezzi d’impresa – Il Sole 24 Ore.

“Una semplice ed ingenua profilazione protosociologica evidenzia varie regolarità nell’assegnazione dell’Ekonomipriset 2026 a Robert Hall e Michael Woodford. La prima e la più evidente è che la scelta del giurì di Stoccolma rafforza ulteriormente il dominio delle università americane, dove lavoravano al momento del Premio tutti e 17 gli ultimi laureati (non tutti cittadini statunitensi) nella dismal science insigniti dal 2020 ad oggi.

Al contempo, e fatto salvo che chiaramente non si può identificare una reale tendenza a partire da una manciata di osservazioni stocastiche, appare certamente degno di nota come il 2026 sia stato invece un anno fausto per le scienze europee.  

La seconda caratteristica è che ricompensare i lavori di Hall e di Woodford sui microfondamenti delle politiche di stabilizzazione macroeconomica conferma una relativa preferenza dei giurati svedesi per l’interazione tra politica monetaria, dinamiche dei prezzi (dei beni e dei servizi, ma anche degli attivi finanziari) cicli economici e mercato del lavoro.

Si tratta di temi su cui hanno prodotto contributi fondamentali vincitori recenti come Ben Bernanke, Douglas Diamond e Philip Dybvig nel 2022, David Card nel 2021, Eugene F. Fama, Lars Peter Hansen e Robert J. Shiller nel 2013 e Thomas J. Sargent e Christopher A. Sims nel 2011. 

Una terza considerazione di ordine generale attiene alla diversità, di genere e non solo. Le teorie economiche si trasformano quasi sempre in misure di politica economica e nella misura in cui la ricerca nelle scienze sociali ri lette in gran parte il vissuto di chi le realizza: un ecosistema popolato in prevalenza da maschi bianchi, non importa quanto benintenzionati e 3 scevri da pregiudizi, non garantisce il miglior esito possibile. Le donne, per limitarsi a una sola dimensione, rappresentano meno del 3% dei Nobel in economia; e la selezione dei Nobel 2026, che vede donne solo in letteratura e pace, non rappresenta un passo in avanti signi icativo.   Dal punto di vista sostanziale, il riconoscimento (e l’assegno cospicuo e meritato) premiano lo sforzo teorico che è servito a migliorare le politiche pubbliche e diminuire l’instabilità dell’economia, gli alti e bassi che rendono dif icile piani icare consumi ed investimenti. Va ricordato il contesto intellettuale, forse ancor più che politico, del periodo in cui Hall muoveva i suoi primi passi accademici mentre Woodford, di più di 10 anni più giovane, lavorava alla dissertazione.

Negli anni successivi alla crisi petrolifera i modelli keynesiani d’intervento anti-ciclico si erano dimostrati inadatti e inef icaci nel contrastare la stag lazione e l’esplosione della disoccupazione, perdendo di credibilità e legittimità.   I due hanno posizioni politiche molto distanti e non hanno mai collaborato insieme, un aspetto abbastanza inusuale tra gli economisti che sono stati premiati lo stesso anno. Sono però fortemente complementari. Hall ha sviluppato modelli che spiegano le decisioni di consumo delle famiglie, mentre l’interesse di Woodford si è rivolto al lato dell’offerta e in particolare le decisioni di fissazione dei prezzi delle imprese. In questa maniera hanno fatto saltare la scatola nera, in cui le dinamiche della domanda e dell’offerta erano avvolte, rendendo molto dif icile costruire modelli capaci di guidare con un certo grado di sicurezza le decisioni delle autorità – governi, banche centrali ed organizzazioni  finanziarie internazionali.  

Bene ha fatto l’Accademia Reale Svedese delle Scienze a ricordare anche l’importanza di comunicare e informare il pubblico a proposito degli obiettivi, delle leve d’intervento, dei rischi e dei vincoli, delle strategie alternative. Non si tratta ovviamente di sostituire meccanismi collaudati, ancorché sempre migliorabili, ma semplicemente di garantire trasparenza, senza nascondersi dietro una sorta di alterigia tecnocratica.  

Un aspetto fondamentale dei modelli neo- e post-keynesiani è la consapevolezza che gli agenti economici decidono sulla base delle proprie attese riguardo al futuro. Grazie a queste ricerche e ricette, i policy-makers sono meglio attrezzati per affrontare shock nell’economia, pur rimanendo assai dificile far fronte a rischi idiosincratici come disastri naturali, pandemie e crisi geopolitiche che sconquassano canali d’approvvigionamento fondamentali e producono cambiamenti improvvisi nel consumo delle famiglie.   La lezione principale è insomma che il comportamento reale sui mercati influenza le politiche pubbliche e deve essere preso in considerazione insieme alle variabili macroeconomiche più tradizionali. Alla stessa stregua, quando governi e decisori politici comunicano i loro piani economici, come fanno le banche centrali con la forward guidance, possono in luenzare le aspettative degli individui. Non sorprende allora che Woodford sia uno dei pionieri nell’applicazione alla macroeconomia degli strumenti dell’economia comportamentale. ” 

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