Un TFS da 15 miliardi

A partire dal 2027 i dipendenti pubblici che lasceranno il servizio per raggiunti limiti di età beneficeranno di una lieve riduzione dei tempi di attesa per l’incasso del Trattamento di fine servizio. La legge di bilancio per il 2026 ha infatti ridotto da dodici a nove mesi il termine ordinario per la liquidazione della prima rata della buonuscita. L’intervento riguarda nello specifico i lavoratori che compiranno 67 anni e un mese dal 1° gennaio 2027 e la cui cessazione dal servizio avvenga per limiti di età, collocamento a riposo d’ufficio o risoluzione unilaterale da parte dell’amministrazione. Restano invece invariati sia i termini previsti per le uscite anticipate, che confermano un’attesa di ventiquattro mesi prima del primo versamento, sia l’attuale calendario di rateizzazione.

Attualmente la disciplina prevede che le somme superiori a 50mila euro vengano erogate in più soluzioni: due versamenti per importi compresi tra 50mila e 100mila euro, e tre tranche per le cifre superiori a 100mila euro, con un intervallo annuale tra ciascuna erogazione. Questo meccanismo di differimento e dilazione finisce tuttavia per esporre il valore della buonuscita all’effetto svalutativo dell’inflazione. In questo quadro la Corte costituzionale è tornata a pronunciarsi con l’ordinanza n. 25 del 5 marzo 2026, ribadendo la contrarietà di tali ritardi con l’articolo 36 della Costituzione, il quale tutela il diritto a una retribuzione proporzionata e corrisposta in tempi ragionevoli.

Pur confermando l’illegittimità del sistema, la Consulta ha evitato l’annullamento immediato delle norme, fissando al 14 gennaio 2027 la nuova udienza per verificare l’adozione di una riforma strutturale da parte del legislatore. La Corte ha prospettato la possibilità di un percorso graduale distribuito su più bilanci che conduca progressivamente all’allineamento dei tempi di liquidazione del settore pubblico a quelli del settore privato.

Il superamento del regime attuale comporta tuttavia rilevanti implicazioni finanziarie per le casse dello Stato. Secondo le stime dell’Inps, l’eliminazione del solo differimento temporale richiederebbe una copertura di 4,2 miliardi di euro, mentre la cancellazione della rateizzazione ne assorbirebbe ulteriori 11,6, portando il costo complessivo dell’operazione oltre i 15 miliardi di euro. Di fronte a queste cifre, le strutture di Inps e Ragioneria generale dello Stato stanno valutando soluzioni intermedie con un impatto stimato tra i 500 e i 600 milioni di euro, in attesa che la decisione della Corte costituzionale delinei in modo definitivo i margini di intervento per il Governo.

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