La parola randagio porta icasticamente un’immagine: quella di chi vaga senza una sede fissa, senza una meta precisa. L’etimologia indicata da Treccani la fa risalire, probabilmente, a randa; il significato è quello di chi «si aggira qua e là»; e, riferito agli animali, di chi vive senza padrone o fuori dal proprio. Essa non descrive solo movimento, ma anche una condizione: essere fuori da un luogo, fuori da una relazione.
Il video virale sui social
A Licata, in questi giorni di caldo asfissiante, sei cani randagi sono stati filmati mentre cercavano sollievo all’ingresso di un supermercato. Distesi sul pavimento, all’ombra e al fresco, avevano trovato una soluzione elementare a un problema elementare: sopravvivere alla temperatura.
Francesco Santamaria, autore del video, ha rivolto un appello al Comune e al canile perché vengano create strutture idonee (Corriere della Sera). La scena, però, racconta qualcosa di più: quando manca una casa – un senso di appartenenza – si appartiene al territorio.
L’inchiesta di Viola Stefanello
È questo il modello del cane di quartiere. Un’inchiesta di Viola Stefanello per Il Post racconta città come Atene, Bangkok e Tbilisi, dove i cani senza proprietario vengono sterilizzati, vaccinati, identificati e riportati nel territorio che già conoscono.
I residenti li nutrono e controllano, mentre volontari e servizi comunali provvedono alle cure veterinarie. Non si tratta dunque soltanto di “lasciare i cani per strada”, ma di costruire una forma di responsabilità territoriale.
Il principio è quello del CNVR: cattura, sterilizzazione, vaccinazione e restituzione. Il cane non viene semplicemente rimosso, perché la rimozione, da sola, non elimina le condizioni che alimentano il randagismo; viene invece reinserito nel proprio ambiente, dove una comunità riconosce la sua presenza e se ne prende cura.
Spaces of knots
Questa cura produce anche una sorta di “spazio sociale”. Come? Il cane non è più soltanto un animale posseduto da un individuo: può diventare un “mediatore sociale”, capace di mettere in relazione persone che altrimenti non avrebbero occasione di incontrarsi.
Lo suggeriva già lo studio di Lisa Wood, Billie Giles-Corti e Max Bulsara del 2005 sul rapporto fra animali domestici e capitale sociale. E uno studio del 2026 di Aybüke Köseömeroğlu Yalçın, dedicato ai cani di strada di Eskişehir, parla di spaces of knots, “spazi-nodo”: luoghi urbani che prendono forma attraverso le relazioni quotidiane fra esseri umani e animali, attraverso il nutrire, offrire riparo, comunicare.
Forse è per questo che Zanna Bianca sembrava un libro adatto all’estate, quando da ragazzi ne veniva indicata come lettura per le vacanze estiva: un animale che attraversa la violenza del mondo cercando, infine, un luogo – quando non a una famiglia – a cui appartenere.
Kim Valerie Calingasan Vilale
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