E qui arriva l’Irpef. Prosegue l’articolo.
Scelta dai Governi come arma regina nella lotta al crepuscolo dei cedolini, in 36 anni l’imposta è stata al centro di un eterno cantiere, popolato da molti Governi dai colori politici più diversi.
Ma il risultato cumulato di questi interventi è chiaro, e si riassume in un fortissimo aumento della progressività.
La curva Irpef di oggi è infatti parecchio più ripida di quella del ’90, e chiede molto meno ai redditi medio bassi mentre pesa più di un tempo su quelli alti.
Riportando tutti i valori ai prezzi attuali, ne11990 l’imposta cominciava a chiedere qualcosa a partire da 8.257euro di reddito, mentre oggi si disinteressa delle dichiarazioni ino a 16.347 euro, a cui anzi offre aliquote negative che si traducono in sussidi monetari.
L’Irpef attuale resta più leggera di quella d’antan anche salendo lungo la scala dei guadagni, ino a un punto dipareggio a quota 35.100 euro. Da lı̀ in su, il prelievo di oggi è superiore a quello del ’90: e, per esempio, a 100mila euro di reddito applica un’aliquota effettiva di quasi il 35% mentre quellaantica si fermava sotto il 30 per cento.
Complice la necrosi reddituale, oltre l’8o% deglioperai e impiegati messi sotto esame dall’Upb dichiara meno di 35.100 euro all’anno, e quindi beneficia dell’evoluzione dell’Irpef.
Ma l’aiuto del Fisco non può essere decisivo per ribaltare il quadro.
Perché le imposte possono redistribuire i redditi; ma non possono crearli. Anche qui i numeri sono eloquenti. La leva fiscale riduce le perdite subite dai redditi più bassi, e lima i guadagni di quelli più alti. Nell’esame dei casi specifici, che esclude i dirigenti, le qualiiche minori nei servizi, a tempo pieno ma inferiore a 52 settimane all’anno,vedono il reddito reale netto flettere del 5,9%e non del 15,1% registrato dal lordo, mentrenel part time il calo passa dal 15,1% lordo al 5,9% netto. I dipendenti a tempo pienodell’industria, al contrario, nel calcolo netto vivono un aumento di reddito più contenutorispetto al lordo (+16,4% contro +17,9%). Nella totale delle qualifiche e delle condizioni dilavoro, nell’industria si passa dal +16,4% lordo al +16,8% netto, nei servizi dal -21% lordo al -16,1% netto.
La media complessiva segna in sintesi un -4,9% netto, che si confronta conun -8,2% lordo.
Dietro a queste dinamiche c’è la politica.
Che alla prova pratica dei numeri offre però un volto diverso da quello mostrato nel dibattito pubblico.
Nella ricostruzione dell’Upb, l’impennata della progressività è infatti figlia soprattutto di tre interventi: uno del Governo Renzi, con il bonus da 80 euro poi criticato ma esteso dal Conte-2 giallorosso, edue del centrodestra, con il primo modulo della riforma iscale del 2003-2005 (Governo Berlusconi) e con gli interventi degli ultimi anni sfollati nel modello a tre aliquote con la fiscalizzazione del taglio al cuneo dal 2025.
Sul terreno delle tasse trova così una delle sue manifestazioni più plastiche lo spread fra gli slogan e la realtà.
La destra della Flat Tax per tutti, vagheggiata dai tempi di Berlusconi, ha contribuito parecchio a impennare la curva Irpef, «con potenziali effetti distorsivi sull’offerta di lavoro qualiicato e sugli incentivi all’accumulazione del rapitale umano», come si legge nella nota.
La sinistra votata alla redistribuzione ha promosso il Superbonus.
In questo quadro, «politiche fiscali accomodanti e moderazione salariale potrebbero aver operato come componenti di un equilibrio implicito tra gli attori del mercato del lavoro», scrivono gli analisti Upb.
I tagli Irpef avrebbero funzionato come calmante contro la pressione per la crescita salariale: ma questo meccanismo ora «potrebbe aver raggiunto i propri limiti».
Perché sui redditi bassi non c’è più nulla da tagliare.
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