L’Italia ha perso da tempo il treno dei redditi, mosso da un incremento del prodotto interno
lordo che ha spinto in avanti le retribuzioni negli altri Paesi sviluppati, ma non da noi.
Lo scrive Gianni Trovati – Gelo dei redditi in Italia: -1,6% dal 1990. Nei Paesi Ocse la crescita è del 35% – sul Sole 24 Ore dopo la nota diffusa dll’UPB, Ufficio parlamentare di bilancio i cui numeri messi in fila sono potenti nella descrizione del declino italiano.
Il focus pubblicato ieri dall’Autorità dei conti pubblici, a irma di Stefano Boscolo, Corrado Pollastri e Lorenzo Toffoli, può essere letto come una storia contemporanea dei redditi, seguiti nella loro evoluzione e nel rapporto con il fisco dal 1990 a oggi.
Un racconto che si sviluppa lungo 36 anni dominati dalla palude, con il pregio di allargare l’orizzonte rispetto a un’attualità stretta che non può per sua natura inquadrare le dinamiche strutturali di fondo.
In questo modo, le 56 pagine dell’analisi offrono un ricco ventaglio di argomenti alla campagna elettorale in arrivo.
Il confronto internazionale disegna i termini della questione.
Tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni reali lorde dei lavoratori dipendenti sono cresciute del 35% nei Paesi dell’Ocse, in una media alzata dalle locomotive di Usa (+50,5%) e Regno Unito (+48,4%).
I principali Paesi europei hanno occupato i vagoni di mezzo, con il +33,4% della Francia affiancato dal +32,9% tedesco. L’Italia è rimasta in stazione, e mostra buste paga inferiori dell’1,6% rispetto all’inizio degli anni Novanta. Per ragioni comparative il calcolo è sviluppato in termini di retribuzioni lorde per dipendente a tempo pieno equivalente (full time equivalent – Fte).
Le retribuzioni lorde reali in Italia sono dimagrite del 6,6% per cento. E, soprattutto, sono state frammentate da una bomba della diseguaglianza che ha visto crollare del 40,8% quelle del decimo percentile, dove si incontra il 10% più povero, mentre all’altro capo della graduatoria il novantesimo percentile ha registrato nello stesso arco temporale una crescita del 3,3% per cento.
II 10% più ricco, in pratica, è stato l’unico a battere l’inflazione: ma ha comunque perso male la partita con un Pil che fra il 1990 e il 2026 è aumentato del 31% in termini reali.
L’aumento siderale della distanza fra redditi ricchi e poveri nasce da molti fattori. I principali sono due: l’esplosione del part time, che interessava 4,4 lavoratori su 10o ne11990 e oggi ne abbraccia il 31,6%, spesso a causa di una rinuncia al tempo pieno dettata da ragioni di cure famigliari (soprattutto le donne) e mancata domanda di lavoro (in particolare gli uomini); e l’aumento di peso dei servizi, che in media offrono contratti più deboli e compensi più leggeri.
Anche su questo punto l’Upb usa il linguaggio che gli è proprio, quello dei numeri, mostrando che nel solito periodo 1990-2026 le retribuzioni medie di industria e costruzioni sono salite del 16,5%, quelle del terziario sono cadute del 20,9% per cento.
Dal momento che (dati Istat) l’industria occupa oggi il 26,6% dei lavoratori contro il 35,3% di 36 anni fa, mentre la quota dei servizi nello stesso periodo è salita dal 57,4% a170%, l’evoluzione della platea spiega la sorte dei redditi italiani. La maggiore incidenza di part time e lavori discontinui nel terziario fa il resto.
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