L’imponente Monte Fuji ha ispirato innumerevoli rappresentazioni nel corso dei secoli. Tra le più celebri vi è Vento leggero, mattinata serena (凱風快晴, Gaifū kaisei), nota anche come Red Fuji: una xilografia di Hokusai appartenente alla celebre serie Trentasei vedute del Monte Fuji.
Oggi, ai piedi dello stesso monte che per secoli ha ispirato artisti e poeti, Toyota prova a reinterpretare l’idea di armonia tra uomo e natura con un progetto che si dichiara essere d’avanguardia: la Woven City, una città-laboratorio concepita per sperimentare le tecnologie del futuro.
Woven city, la città-laboratorio
Grande quando sette campi di calcio (ben 70 ettari), la “città intrecciata” ha lo scopo di sperimentare, testare e sviluppare soluzioni innovative nei campi della robotica, della mobilità, della domotica e dell’intelligenza artificiale.
Ma in che modo? Durante l’evento di lancio, intitolato Woven City Official Launch: Weaving the Future. Day 01, il presidente della Toyota Motor Corporation, Akio Toyoda, ha presentato il progetto come un vero e proprio “laboratorio vivente”, destinato ad accogliere due categorie di abitanti.
Da un lato, gli inventori, incaricati di ideare e sviluppare nuovi prodotti e servizi per la Woven City; dall’altro, i cosiddetti weavers o “tessitori” – familiari, collaboratori o visitatori – che vivranno nell’ecosistema urbano sperimentando in prima persona queste innovazioni e fornendo feedback continui per perfezionarle.
Da questo autunno 2025, diversi dipendenti del gruppo Toyota e le loro famiglie hanno iniziato a vivere nella città. La fase 1 del progetto, infatti, prevede di accogliere complessivamente circa 300 residenti, mentre l’apertura ai visitatori esterni è prevista a partire dall’anno 2026.
Quanto descritto finora può forse coincidere con quella che ingegneri, informatici e urbanisti chiamano smart city, un sistema urbano interconnesso e intelligente, in cui infrastrutture, veicoli, abitazioni e cittadini comunicano tra loro grazie a sensori, dati e automazione.
Quanto è intelligente una smart city?
Tuttavia, guardando il video promozionale del progetto, emergono immagini che invitano a una riflessione più cauta: una donna scortata da un drone mentre rientra a casa la sera, un’anziana sola che interagisce con un cane robot, un uomo che lavora e consuma all’interno di un van a guida autonoma per evitare il traffico.
Pensate per mostrare efficienza e innovazione, queste scene sollevano domande cruciali: siamo davvero di fronte a un modello urbano utopico e intelligente, o, piuttosto, a una distopia tecnologica, in cui droni e robot, da una parte, e automazione e profilazione, dall’altra, sostituiscono le relazioni umane? Dietro l’apparente armonia si intravede una città in cui la tecnologia, più che liberare, potrebbe regolare e predeterminare l’esistenza dei suoi abitanti.
Boyd Cohen, professore presso l’EADA Business school di Barcellona e pioniere nello studio delle smart city e delle strategie per il clima, adotta una posizione critica rispetto al progetto: «una smart city senza persone è una città stupida: costruire una smart city in assenza di persone, in assenza di storia, in assenza di cultura. Le persone vogliono vivere in comunità e avere una cultura attorno a sé» (Why the Luster on Once-Vaunted ‘Smart Cities’ Is Fading, Yale Environment 360).
Non solo. Cohen suggerisce – secondo quanto riportato dalla rivista Yale Environment 360 – un’ alternativa più sensata: integrare tecnologie intelligenti all’interno delle città già esistenti.
Ed esempi concreti di questa pianificazione urbana non mancano: a Londra, ad esempio, sensori installati sui pali della luce monitorano la qualità dell’aria; a Barcellona, “bidoni smart” segnalano quando sono pieni e pronti per il ritiro; mentre a Santander, sempre in Spagna, sensori posti sotto i parcheggi rilevano la disponibilità dei posti e inviano le informazioni agli automobilisti tramite il centro di controllo, riducendo così il consumo di carburante e il tempo perso nella ricerca di un parcheggio.
Le implicazioni ambientali e etiche di un modello urbano iperconnesso
A portare poi una riflessione più alta sono i quesiti legati alla sostenibilità ambientale e alla tutela della privacy in un progetto di tale portata. La Woven City, infatti, pur presentandosi come un modello di città intelligente e sostenibile, solleva alcune criticità significative.
Da un lato, la complessa infrastruttura tecnologica che la sostiene – fatta di sensori, server e sistemi di intelligenza artificiale – comporta un notevole consumo energetico, anche per il raffreddamento dei data center necessari alla gestione continua dei flussi informativi. A ciò si aggiunge il bisogno di estrazione di risorse per la produzione dei dispositivi tecnologici, con conseguenti impatti ambientali non indifferenti.
Dall’altro lato, la Woven City si propone di raccogliere e analizzare una quantità enorme di dati personali provenienti dagli abitanti, al fine di ottimizzare i servizi urbani e la gestione quotidiana della città. Tuttavia, questa visione solleva preoccupazioni in merito alla privacy, all’anonimizzazione dei dati e al rischio di un loro utilizzo improprio.
Insomma, mentre Toyota tesse la sua “città promessa” tra algoritmi e sensori, il futuro urbano più efficiente e sostenibile forse si nasconde proprio dove non lo si cerca: nelle nostre città – forse meno spettacolari – ma concreti hub per innovare e migliorare.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

