Tra divieti e opportunità: l’importanza dell’educazione digitale

L’espressione anglofona digital native comparve per la prima volta nell’articolo Digital Natives, Digital Immigrants di Marc Prensky, pubblicato nel 2001. Un anno tutt’altro che casuale: a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo prese forma un passaggio cruciale, quello che avrebbe visto nascere e poi svilupparsi la società multischermo perché circondata dalla diffusione in massa dei personal computer (pc) con interfaccia grafica.

Ad oggi quella stessa società si è evoluta ulteriormente con l’avvento sul mercato degli smartphone che – con i loro schermi a tecnologia LED – hanno reso l’accesso ai contenuti digitali ancora più immediato, continuo e pervasivo. Quando infatti si parla di “nativi digitali” si è soliti indicare quella fetta di popolazione che è stata abituata sin da età prescolare a utilizzare le tecnologie digitali: console per videogiochi, motori di ricerca, app di messagistica istantanea, social media.

Cellulari in classe: divieto dal Ministero dell’Istruzione e del Merito

La stampa e il linguaggio comune hanno fatto corrispondere questa definizione a utenti giovanissimi, come studenti e studentesse di ogni ordine e grado perché nati e cresciuti in un mondo già permeato dalla connettività e dai dispositivi digitali. Proprio su questa generazione, il cui tratto identitario è l’essere sempre-on, ha puntato i riflettori il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara.

Con una circolare emanata lo scorso giugno, il Ministero ha infatti ordinato il divieto dell’uso dello smartphone durante le lezioni. Si legge: «si dispone anche per gli studenti del secondo ciclo di istruzione il divieto di utilizzo del telefono cellulare durante lo svolgimento dell’attività didattica e più in generale in orario scolastico».

Ebbene, tale prescrizione è entrata nel dibattito pubblico tra polemiche e consensi: da un lato, i suoi sostenitori ne hanno esaltato il carattere rivoluzionario, definendola nientemeno che “la grande riforma scolastica” necessaria per restituire centralità all’attenzione e alla relazione educativa. Dall’altro, i critici l’hanno bollata come “un’iniziativa punitiva”, anacronistica e distante dalla realtà, che criminalizza lo strumento invece di educare alla sua cittadinanza digitale.

La dipendenza digitale è trasversale

Ebbene, tra queste due polarizzazioni si apre una questione centrale: la promozione di un uso critico e consapevole del medium. Il rischio, altrimenti, è che il telefono – proibito in aula ma onnipresente nella vita fuori dalle mura scolastiche – resti un oggetto da usare di nascosto piuttosto che da padroneggiare con intelligenza.

Non solo. La questione di un utilizzo consapevole del dispositivo non si limita alla sola sfera giovanile. L’impresa investe in realtà in misura forse ancora maggiore gli adulti, che spesso manifestano dinamiche di dipendenza digitale poco coerenti con il proprio ruolo educativo. 

Come osserva il rapporto Digital 2025 in Italia in Italia di We Are Social, gli italiani passano in media quasi 3 ore al giorno sullo smartphone: di questo tempo, circa la metà è assorbita dal consumo e dall’intrattenimento (social, gaming e shopping).

La necessità di definire un rapporto equilibrato con la tecnologia diventa dunque un imperativo trasversale: la scuola può in questo senso trasformarsi da semplice luogo di interdizione a laboratorio privilegiato per l’educazione digitale. Più che spazi di privazione, le aule potrebbero diventare palestre di pensiero critico, dove studenti e insegnanti costruiscono insieme una grammatica di utilizzo consapevole.

Del resto, non è un caso che la circolare ministeriale, con un certo realismo, abbia delegato alle singole istituzioni scolastiche il compito di tradurre il divieto in un progetto educativo: «È rimessa all’autonomia scolastica l’individuazione delle misure organizzative atte ad assicurare il rispetto del divieto in questione». Un compito assegnato non da poco, che richiede risorse e visione, e nella quale è cruciale non lasciare le scuole da sole.

Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

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