Science: la Cina pronta a varare legge quadro sull’IA (Agi)

La Cina si sta preparando a definire una legge organica sull’intelligenza artificiale che potrebbe diventare il più ambizioso tentativo al mondo di coniugare libertà di ricerca, sviluppo industriale e sicurezza sociale. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato oggi su Science da un gruppo di giuristi e studiosi cinesi della Tongji University, della Chinese Academy of Social Sciences e della China Academy of Information and Communication Technology. Sebbene in Cina non sia ancora stata pubblicata alcuna bozza ufficiale di tale legge, gli esperti di diritto dell’intelligenza artificiale in Cina hanno redatto due proposte influenti, la cosiddetta “legge modello sull’intelligenza artificiale” e la “legge sull’intelligenza artificiale” (proposta accademica), che sono diventate importanti riferimenti per la comprensione e la ricerca sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale in Cina.

 I ricercatori hanno esaminato le due proposte ricavandone sei pilastri fondamentali che le orientano. Secondo gli autori, l’approccio regolatorio emergente complessivamente mira a superare la frammentazione generata dalle diverse normative già in vigore – oltre trenta, tra linee guida, misure amministrative e standard tecnici – costruendo “un quadro coerente per uno sviluppo sano e aperto dell’intelligenza artificiale”. 

Il primo pilastro riguarda la protezione dell’ecosistema open-source. In Cina, la pubblicazione di modelli e dataset su piattaforme aperte come GitHub o HuggingFace non è soggetta ad approvazione preventiva né a registrazione obbligatoria, a differenza di quanto avviene in base all’AI Act europeo che richiede la documentazione di conformità anche per modelli “open”. 

Il secondo pilastro porta nuova libertà alla ricerca scientifica, che non viene considerata un’attività “di servizio pubblico” e resta quindi esclusa dalle misure di controllo sui modelli generativi. “La Cina riconosce che l’innovazione scientifica aperta e’ il motore dello sviluppo tecnologico,” si legge nello studio. “Il principio e’ che la ricerca deve essere protetta, non regolata come un servizio commerciale”. 

Il terzo pilastro e’ rappresentato dal ruolo dei tribunali nel definire i confini del diritto d’autore applicato all’AI. Le corti di Pechino, Hangzhou e Guangzhou hanno gia’ prodotto oltre 70 sentenze che, secondo gli autori, stanno creando una giurisprudenza “di frontiera” sul tema delle opere generate da algoritmi. In diversi casi, i giudici hanno riconosciuto tutela a opere create da sistemi generativi quando e’ dimostrabile un contributo umano significativo, pur rifiutando di estendere automaticamente la protezione a risultati interamente automatizzati. 

Il quarto e quinto pilastro toccano il nodo piu’ sensibile: la valutazione etica e la responsabilita’. Tutti gli enti di ricerca e le aziende che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale saranno tenuti a sottoporre i propri progetti a una doppia revisione – interna ed esterna – basata su dieci principi guida.
Tra questi: centralita’ dell’uomo, equita’, sicurezza, trasparenza e rispetto della privacy. “Si tratta – spiegano gli autori – di un meccanismo di controllo distribuito, pensato per prevenire derive prima che si trasformino in rischi sociali” .
Queste misure si accompagnano a un nuovo sistema di etical review che, per le universita’ e i centri di ricerca, stabilisce procedure simili a quelle gia’ adottate per le sperimentazioni cliniche. Il sesto pilastro introduce un approccio sperimentale (“sandbox regulation”), gia’ in uso per i veicoli autonomi e i sistemi di IA generativa, che consentira’ di testare applicazioni ad alto rischio in contesti controllati, con monitoraggio costante e possibilita’ di sospensione immediata.

“Questa architettura multilivello – si legge nello studio – permette di bilanciare in modo dinamico innovazione e sicurezza, mantenendo la flessibilita’ necessaria a un settore in rapida evoluzione”. Il paper mette a confronto l’approccio cinese con quello occidentale. Mentre l’AI Act europeo e’ descritto come “top-down”, centrato sulla classificazione dei rischi e su forti obblighi preventivi per i fornitori, la Cina adotta un modello “bottom-up”, che combina sperimentazione locale e regolazione progressiva. Lo studio si sofferma anche sugli Stati Uniti dove la frammentazione normativa e l’assenza di una legge federale vengono interpretate come una forma di “soft regulation” che lascia ampio spazio al mercato. In questo quadro, la Cina si posiziona come “terza via”, in cui lo Stato guida l’innovazione ma favorisce la cooperazione internazionale e la trasparenza scientifica. Gli autori sottolineano che il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo sta gia’ preparando una “Legge per lo sviluppo sano dell’intelligenza artificiale”, attesa entro il 2026, che unifichera’ le attuali disposizioni emanate da ministeri e agenzie settoriali. 

La legge dovrebbe istituire un’autorita’ di coordinamento interministeriale e un sistema di registrazione semplificato per i modelli generativi di grandi dimensioni. “Questa legge – affermano gli studiosi – potrebbe diventare un punto di riferimento per la governance globale dell’AI, integrando l’approccio aperto con un sistema di responsabilita’ etica e sociale.” Il paper sottolinea infine che la politica cinese sull’AI non e’ chiusa ne’ protezionista, ma punta a “costruire fiducia attraverso la cooperazione scientifica”. In questo senso, la Cina intende promuovere scambi accademici e standard tecnici comuni con Europa e Stati Uniti, “evitando la frammentazione geopolitica della conoscenza”. “Il futuro dell’intelligenza artificiale – concludono gli autori – non dipendera’ solo da chi avra’ i modelli piu’ potebunti, ma da chi sapra’ regolarli in modo piu’ intelligente”.

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