Un ritardo che pesa
Il titolo universitario è sempre stato considerato una porta d’accesso a migliori opportunità professionali, a una crescita personale più solida e a una maggiore mobilità sociale. Nonostante ciò, in Italia il conseguimento della laurea continua a rappresentare un punto critico. Lo conferma l’ultimo rapporto Education at a Glance 2025, la pubblicazione annuale con cui l’OCSE (in inglese OECD – Organisation for Economic Co-operation and Development) analizza e mette a confronto i sistemi educativi dei Paesi membri. Il nostro Paese si colloca nuovamente nelle ultime posizioni per numero di giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, un dato che riflette un ritardo strutturale che incide profondamente non solo sulla vita dei singoli ma sull’intera prospettiva economica e sociale.
Il divario rispetto al resto d’Europa risulta evidente. Stati come Francia, Spagna o Polonia hanno incrementato con costanza la quota di giovani con un titolo di studio universitario, mentre l’Italia fatica a tenere il passo. Tra i motivi di questa situazione vi sono le difficoltà economiche di molte famiglie, i tassi di abbandono elevati e la percezione diffusa che un percorso accademico lungo ed impegnativo non garantisca un ritorno proporzionato. Ne consegue che una parte significativa degli studenti interrompe il cammino prima di arrivare al traguardo finale, con inevitabili ripercussioni sulla disponibilità di competenze qualificate.
Skill gap: un mercato del lavoro alla ricerca di competenze
Un altro aspetto rilevante riguarda la capacità del mercato del lavoro di riconoscere e valorizzare il titolo di studio. Nei Paesi industrializzati più avanzati, i laureati non solo godono di maggiori opportunità occupazionali ma ottengono anche retribuzioni più elevate rispetto ai diplomati. In Italia, al contrario, il differenziale salariale tra laureati e diplomati (cambia queste parole che si ripetono), seppur presente, appare meno significativo e riduce chiaramente l’attrattiva dell’investimento in anni di formazione. Questo meccanismo contribuisce a scoraggiare molti giovani e finisce per alimentare un circolo vizioso in cui pochi laureati significano meno innovazione, minore produttività e una competitività ridotta a livello internazionale.
Il problema non riguarda soltanto la quantità di titoli conseguiti ma anche la qualità della preparazione. Accanto all’Education at a Glance, l’OCSE porta avanti il programma PIAAC (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), un’indagine che misura le abilità fondamentali degli adulti in campi come la comprensione dei testi, il calcolo e l’uso delle tecnologie. I risultati mostrano come l’Italia registri livelli inferiori alla media internazionale, segnalando che, anche dopo un percorso universitario, molti non possiedono del tutto le competenze trasversali necessarie per muoversi con agilità in un mercato del lavoro complesso e globalizzato. Questo elemento mette in luce che il problema non è circoscritto al numero di laureati ma riguarda in maniera più ampia l’efficacia complessiva del sistema formativo.
STEM: un segnale di crescita
In un quadro che presenta più ombre che luci emergono tuttavia tendenze incoraggianti. Negli ultimi anni si è registrato un incremento dell’interesse verso le discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche, comunemente indicate con l’acronimo STEM. Come sottolineato anche da Avvenire, in Italia si stanno consolidando reti e progetti volti a sostenere lo sviluppo di queste competenze, considerate essenziali per affrontare la transizione digitale e le sfide dell’innovazione. Le università hanno accolto un numero crescente di iscritti in questi corsi, segno che almeno una parte delle nuove generazioni avverte la necessità di orientarsi verso settori ad alto valore aggiunto.
Tuttavia, persistono criticità significative. Il divario di genere rimane marcato, con le donne che risultano ancora sottorappresentate in numerosi percorsi tecnico-scientifici. Questo limita l’accesso del talento femminile a professioni cruciali per il futuro del Paese e costituisce un ostacolo ad una piena valorizzazione delle risorse disponibili. Inoltre, sebbene le iniziative a sostegno delle STEM abbiano favorito un cambio di mentalità, esse non bastano ancora a colmare il distacco rispetto ai Paesi che da tempo investono in maniera sistematica su questi ambiti formativi.
Le due Italie: Nord e Sud
Alle difficoltà già descritte si sommano anche le forti differenze territoriali. Le università del Nord, grazie ad un tessuto economico più dinamico e a servizi più efficienti, riescono a garantire tassi più elevati di immatricolazione e laurea. Al Sud, invece, le condizioni socioeconomiche meno favorevoli, la minore disponibilità di opportunità occupazionali ed una rete formativa più fragile determinano tassi di abbandono più alti ed una ridotta presenza di giovani laureati. Questo squilibrio interno non solo riflette disuguaglianze preesistenti ma contribuisce ad accentuarle, generando una frattura che rischia di limitare ulteriormente il potenziale complessivo del Paese.
Una prospettiva a lungo termine
Dal quadro delineato dall’OCSE emerge con chiarezza che l’Italia deve affrontare una sfida decisiva: aumentare il numero dei laureati e migliorare la qualità della loro formazione, così da renderla coerente con le trasformazioni tecnologiche e le esigenze del mercato globale.
Investire nell’istruzione superiore significa pensare al lungo periodo. È necessario un sistema universitario più inclusivo, che riduca gli ostacoli economici e sociali e offra percorsi efficaci e orientati all’occupabilità. È altrettanto indispensabile che il mercato del lavoro riconosca e premi concretamente il valore della laurea, così da restituire credibilità ad un titolo che rischia altrimenti di perdere attrattiva. Solo attraverso una strategia coerente, capace di coinvolgere politica, università e imprese, la laurea potrà tornare ad essere un autentico motore di progresso, riducendo le disuguaglianze interne e rafforzando la posizione dell’Italia nel panorama internazionale.
La laurea, quindi, non deve essere considerata soltanto un traguardo individuale, ma una risorsa collettiva che riguarda il futuro di tutti. Aumentare il numero di laureati e migliorarne le competenze significa gettare le basi per una crescita sostenibile e duratura.
Fonti:
- Corriere della Sera, Ocse, Italia ultima per numero di giovani laureati. E uno su sei capisce solo testi semplici (e corti): il report education at a glance 2025 di Gianna Fregonara e Orsola Riva;
- Avvenire, Stem. Una rete che sta crescendo di Maurizio Carucci;
- Education at a Glance 2025, OECD Indicators.
Antonio Chiappinelli
La Rocca e Associati S.p.A.

