In Italia, sempre più madri si vedono costrette a lasciare il lavoro per accudire i figli. Una scelta tutt’altro che volontaria, spesso imposta dalla carenza strutturale di servizi per l’infanzia e dalla scarsa flessibilità del mondo del lavoro. Le dimissioni diventano così l’unica via praticabile per coniugare maternità e responsabilità familiari, soprattutto in assenza di un sistema di welfare efficace.
Solamente nel 2024 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha rilevato che sono stati 60.756 i provvedimenti di convalida legati a dimissioni volontarie o risoluzioni consensuali da parte di genitori lavoratori: 42.237 madri, 18.519 padri.
È cresciuto in modo significativo, inoltre, il numero di madri che si dimettono nel cosiddetto “periodo protetto”, cioè il periodo di tutela della genitorialità in cui il datore di lavoro non può procedere al licenziamento del dipendente; qualora sia il dipendente a dimettersi, le dimissioni devono essere convalidate dall’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente, al fine di accertare che siano volontarie e non frutto di pressioni o coercizioni da parte del datore di lavoro.
Carenza di asili e costi proibitivi
Uno degli ostacoli principali è rappresentato dalla mancanza di asili nido. Laddove esistono, poi, sono spesso privati e quindi con costi elevati, che rappresentano un ulteriore disincentivo per le famiglie. Questo rende quasi impossibile per molte donne continuare a lavorare senza affidarsi a una rete familiare o a servizi privati costosi.
Molte madri avrebbero voluto restare nel mondo del lavoro, ma si sono scontrate con un sistema rigido: richieste di part-time respinte, impossibilità di accedere allo smart working, rifiuto di turni conciliabili con la vita familiare. Alcune hanno denunciato una vera e propria discriminazione una volta comunicata la gravidanza: declassamenti, esclusioni, marginalizzazione.
Come riportato anche da Wired, la questione non è solo infrastrutturale ma culturale. In Italia il carico di cura grava quasi esclusivamente sulle donne, che sono viste ancora oggi come le principali responsabili della gestione familiare. Sebbene il numero di padri che si dimettono sia in aumento (dal 16,7% al 21,1%), resta comunque una minoranza. L’asimmetria nei congedi parentali, nell’accesso ai servizi e nella cultura del lavoro contribuisce a mantenere un equilibrio precario e fortemente penalizzante per le madri.
Questo scenario ha effetti evidenti anche sul calo della natalità: il tasso di fecondità in Italia è sceso a 1,24 figli per donna nel 2023, ben lontano dalla soglia di sostituzione generazionale. Le donne scelgono di diventare madri più tardi, spesso una sola volta, e solo se hanno raggiunto una certa stabilità economica. Il sistema attuale scoraggia la genitorialità, mina la partecipazione femminile al mercato del lavoro e impoverisce il tessuto sociale.
Resta urgente, dunque, intervenire su più fronti: potenziamento degli asili nido pubblici, revisione dei costi, introduzione di una maggiore flessibilità nei contratti, estensione dei congedi obbligatori e paritari per entrambi i genitori. Un impegno concreto da parte di aziende, istituzioni e parti sociali per costruire una società che non costringa le donne a scegliere tra lavoro e maternità è, dunque, sempre più urgente. In un Paese che ambisce all’uguaglianza e allo sviluppo sostenibile, non è più tollerabile che diventare madri significhi uscire dal mondo del lavoro: serve una rivoluzione culturale e strutturale. E serve adesso.
Eleonora Bruno
La Rocca e Associati S.p.A.

