“L’evasione rappresenta di fatto una sorta di cuneo fiscale gestito nel rapporto tra i fornitori e i clienti e diventa una componente essenziale per la redditività delle imprese e delle partite Iva coinvolte, anche di quelle committenti che retribuiscono regolarmente i propri lavoratori, e per la sostenibilità dei costi dei redditi dei nuclei familiari”. Lo scrive sul Sussidiario di martedì 24 Natale Forlani che a scrivere di lavoro sommerso: numeri, i danni (e i possibili rimedi) dell’attività in nero.
“L’ultima rilevazione dell’Istat sull’economia non osservata, pubblicata nell’ ottobre 2025 e relativa all’anno 2023, segnala una ripresa della quota delle prestazioni sommerse e illegali sul 11 Pil, pari al 10,2% (+0,1% rispetto all’anno precedente), per un valore complessivo di 217 miliardi di euro di attività economiche non dichiarate ufficialmente, per un corrispettivo di circa 100 miliardi di euro di evasione fiscale e contributiva ai danni dell’Erario e della collettività.
Il dato negativo è essenzialmente dovuto all’incremento della quota dei lavoratori irregolari (+145 mila per un totale di 3,132 milioni, tra i quali 2,370 milioni di lavoratori dipendenti), del peso relativo di questa componente sul totale degli occupati (12,7%) e dell’importo delle prestazioni evase (78 miliardi).
L’evasione sul valore aggiunto dichiarato risulta particolarmente elevata nei settori dei servizi alle persone (32,4%), delle attività commerciali di varia natura (18,8%), delle costruzioni (16,5%), dell’agricoltura (14,8%) e dei servizi professionali (13,7%).
In questi comparti economici, alle sotto dichiarazioni delle imprese e delle partite Iva si associano inevitabilmente anche le quote dei lavoratori irregolari: il 40,2% nei servizi alle persone; il 17,2% in agricoltura; il 15% nelle attività commerciali (con la componente dei lavoratori autonomi superiore a quella dei dipendenti); il 12,8% nell’edilizia. (…)
Queste letture hanno un fondamento, soprattutto sul versante della sottrazione di risorse per l’Erario, ma offrono una spiegazione parziale del fenomeno, soprattutto del ruolo economico assunto dalle prestazioni sommerse per la produzione e per la distribuzione del reddito.
Come sottolineato dall’Istat, l’evasione si concentra in particolare nei comparti di attività caratterizzati da un’elevata incidenza del costo del lavoro e, in particolare, per le prestazioni e i servizi erogati in presa diretta alle persone e alle famiglie, con effetti rilevanti sul prezzo finale delle prestazioni”.
L’evasione rappresenta di fatto una sorta di cuneo fiscale gestito nel rapporto tra i fornitori e i clienti e diventa una componente essenziale per la redditività delle imprese e delle partite Iva coinvolte, anche di quelle committenti che retribuiscono regolarmente i propri lavoratori, e per la sostenibilità dei costi dei redditi dei nuclei familiari.
La metodologia utilizzata nell’indagine Istat (Ula) per quantificare il numero dei lavoratori sommersi (la somma dei rapporti totalmente irregolari, la sotto dichiarazione degli orari e delle prestazioni svolte, i doppi o tripli lavori e quelli occasionali, suddivise per l’equivalente dei rapporti di lavoro a tempo pieno) mette in evidenza una partecipazione di lavoratori dipendenti e autonomi di gran lunga superiore alla cifra convenzionalmente dichiarata. Per la gran parte di questi gli introiti delle prestazioni sommerse generano un reddito disponibile netto superiore a quello dei lavoratori regolari. (…)
L’ampia partecipazione alla formazione delle prestazioni sommerse, e gli effetti generati sui redditi e sulla spesa delle famiglie, offrono una spiegazione credibile del livello di resilienza dell’evasione fiscale e della sostanziale tolleranza del fenomeno.
I dati dell’Agenzia delle Entrate sulle imposte dirette evidenziano che oltre il 40% dei potenziali contribuenti non versa nemmeno un euro, e che i due terzi degli introiti dell’Erario risulta a carico del 14% con redditi lordi superiori ai 35mila euro anno”. Poveri noi.

