L’esperienza australiana: il visto climatico

La libertà di circolazione delle persone non è mai stata né assoluta né priva di vincoli. Nel corso del Novecento, con la nascita degli Stati moderni e il consolidarsi delle frontiere, la mobilità umana è stata regolata attraverso strumenti giuridici precisi: passaporti, permessi di soggiorno, visti. Quest’ultimi, in particolare, hanno lo scopo di autorizzare l’ingresso, la permanenza o il lavoro di cittadini stranieri in un altro Paese.

In ambito europeo, la materia è disciplinata da un sistema avanzato di libera circolazione interna (c.d. Spazio Schengen) affiancato da politiche comuni sui visti per i cittadini di Paesi terzi. L’accesso è selettivo: si entra per lavoro, studio, asilo, ricongiungimento familiare. E non esiste, almeno finora, una categoria giuridica pienamente riconosciuta per chi è costretto a muoversi a causa del cambiamento climatico.

Il visto climatico

È qui che la vicenda australiana segna un punto di svolta. Come racconta Avvenire, nell’articolo firmato da Giuseppe Matarazzo, sono arrivati in Australia i primi migranti climatici provenienti da Tuvalu, un arcipelago del Pacifico destinato a scomparire sotto l’innalzamento del livello del mare.

Autisti, dentisti, pastori: cittadini che non fuggono da una guerra o da una crisi economica, ma dalla perdita fisica della propria terra. Grazie al Falepili Union Treaty firmato nel 2023, Canberra concede ogni anno 280 visti permanenti ai cittadini tuvaluani, inaugurando di fatto una migrazione pianificata per ragioni ambientali. Un programma definito dalla ministra degli Esteri Penny Wong come “mobilità con dignità”, pensato per evitare il collasso dello Stato insulare e allo stesso tempo offrire un futuro ai suoi abitanti.

Il diritto al movimento

Questa esperienza pone una domanda cruciale alla comunità internazionale: come garantire la libera circolazione delle persone in un mondo segnato dalla crisi climatica? Il visto climatico australiano mostra come la libertà di circolazione significhi anche riconoscere la mobilità come strumento di tutela e di autodeterminazione.

Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

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