L’articolo 36 comma 3 della Costituzione italiana recita “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.” La centralità delle ferie trova, dunque, pieno riconoscimento nel nostro ordinamento.
La disciplina dell’istituto è contenuta principalmente nell’articolo 2109 del codice civile, che afferma che il periodo annuale di ferie retribuito deve essere fruito possibilmente continuativamente, e nel decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, che garantisce a tutti i lavoratori un periodo minimo di quattro settimane di ferie annuali: almeno due devono essere godute nel corso dell’anno di maturazione, anche consecutivamente se richiesto dal lavoratore, mentre le restanti possono essere fruite entro i diciotto mesi successivi, salvo condizioni di miglior favore previste dalla contrattazione collettiva.
La determinazione del periodo di ferie spetta al datore di lavoro, che deve contemperare le esigenze organizzative dell’impresa con gli interessi del lavoratore, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede.
Proprio perché finalizzate al recupero delle energie psicofisiche, le ferie non possono essere sostituite, durante il rapporto di lavoro, da un’indennità economica, salvo le limitate eccezioni previste dalla legge. La monetizzazione è ammessa, in via generale, soltanto alla cessazione del rapporto con riferimento alle ferie maturate e non godute.
L’importanza delle ferie
Se le ferie sono state spesso considerate un semplice momento di svago, soprattutto durante il periodo estivo, le più recenti evidenze scientifiche ne mettono invece in luce una funzione ben più rilevante: rappresentano uno strumento essenziale di recupero psicofisico, con effetti diretti sul benessere individuale, sulla produttività e sulla prevenzione del burnout; non costituiscono, dunque, tempo sottratto al lavoro, bensì un investimento nella salute dei lavoratori e, di riflesso, nell’efficienza delle organizzazioni.
Questa prospettiva appare coerente con le norme dell’ordinamento italiano che riconoscono il diritto alle ferie e ne limitano la monetizzazione, rispondendo all’esigenza di garantire un effettivo recupero delle energie psicofisiche del lavoratore.
Tuttavia, se la disciplina vigente lascia un certo margine di flessibilità nella programmazione delle ferie, prevedendo un periodo minimo da fruire nell’anno di maturazione e consentendo che la parte residua sia goduta nei mesi successivi, di fatto sono poche le realtà nelle quali è possibile fruire dei giorni di riposo in periodi diversi da quello estivo. Proprio su questo aspetto si innesta un interessante contributo offerto dalla ricerca scientifica più recente.
Le più recenti evidenze scientifiche
Un articolo pubblicato nel 2025 sulla rivista Cureus, intitolato Maximizing Recovery: The Superiority of Frequent Vacations for Well-Being and Performance, analizza le principali evidenze scientifiche sul rapporto tra ferie, benessere e performance lavorativa.
Dall’analisi emerge che i benefici delle vacanze dipendono meno dalla loro durata e più dalla loro distribuzione nel tempo. Gli studi esaminati evidenziano come gli effetti positivi delle ferie tendano ad attenuarsi entro poche settimane dal rientro al lavoro. Per tale ragione, periodi di riposo più brevi ma distribuiti durante l’anno sembrano garantire un recupero più costante rispetto a un’unica lunga vacanza estiva. In linea con la cosiddetta Effort-Recovery Theory, gli autori suggeriscono di programmare pause regolari – indicativamente ogni due mesi – così da interrompere l’accumulo di stress prima che diventi cronico.
Le conclusioni dello studio non mettono in discussione l’impianto della normativa italiana, che continua a garantire un periodo minimo di ferie e a favorirne la fruizione continuativa. Esse suggeriscono, piuttosto, che la flessibilità consentita dalla legge e dalla contrattazione collettiva possa essere valorizzata, ove compatibile con le esigenze organizzative, attraverso una programmazione delle ferie distribuita nel corso dell’anno, così da assicurare occasioni di recupero più frequenti e potenzialmente più efficaci.
Il recupero delle energie passa dalla disconnessione
Il meccanismo è intuitivo. L’attività lavorativa richiede un continuo impiego di risorse fisiche, cognitive ed emotive. Quando tali risorse non vengono periodicamente reintegrate, aumentano l’affaticamento, la difficoltà di concentrazione, l’irritabilità e, nel lungo periodo, il rischio di esaurimento emotivo e burnout.
Le ferie interrompono questo processo, consentendo all’organismo di recuperare energie e ristabilire il proprio equilibrio psicofisico. Tuttavia, il recupero risulta realmente efficace solo se è accompagnato da un autentico distacco dal lavoro.
La letteratura scientifica individua nel cosiddetto psychological detachment uno dei principali fattori di protezione. Continuare a controllare le e-mail aziendali, rispondere ai messaggi o partecipare a riunioni durante le vacanze riduce sensibilmente i benefici del periodo di riposo. Al contrario, attività come passeggiate nella natura, esercizio fisico, esperienze culturali o il tempo trascorso con familiari e amici favoriscono il recupero delle energie e la riduzione dello stress.
Il “tempo poroso” e il rischio di non staccare mai
L’esigenza di una reale disconnessione assume oggi un’importanza ancora maggiore. Lo smart working, la diffusione dei dispositivi mobili e la reperibilità continua hanno progressivamente attenuato i confini tra vita professionale e vita privata.
Per descrivere questa realtà si parla sempre più spesso di “tempo poroso”, espressione con la quale si indica una condizione nella quale il tempo di lavoro e quello personale tendono a sovrapporsi. Notifiche, e-mail e messaggi rendono il lavoratore potenzialmente raggiungibile in ogni momento, anche durante i periodi di riposo, compromettendo quella distanza psicologica che rappresenta il presupposto stesso del recupero.
Il fenomeno della workation
In questo contesto si è diffuso anche il fenomeno della workation, neologismo nato dalla fusione dei termini work e vacation. Si tratta della possibilità di lavorare da una località di villeggiatura, alternando attività professionale e tempo libero.
Pur offrendo vantaggi in termini di flessibilità e di conciliazione tra vita privata e lavoro, la workation non può essere assimilata alle ferie. Finché permane l’obbligo di svolgere la prestazione lavorativa, infatti, manca quel completo distacco mentale che la ricerca scientifica individua come condizione essenziale per il recupero psicofisico.
Una nuova cultura del riposo
Le più recenti evidenze scientifiche sembrano confermare la ratio della disciplina giuslavoristica. Le ferie non rappresentano un beneficio accessorio, ma uno strumento di prevenzione, tutela della salute e promozione della qualità del lavoro.
Per le imprese, ciò significa favorire non solo la fruizione effettiva delle ferie maturate, ma anche una cultura organizzativa che garantisca un’effettiva disconnessione durante i periodi di assenza. Per i lavoratori, invece, significa riconoscere che il riposo non costituisce un premio da concedersi occasionalmente, bensì una componente essenziale dell’equilibrio tra vita e lavoro.
In un’epoca caratterizzata da ritmi sempre più intensi e da una connessione pressoché permanente, la vera sfida non è soltanto andare in vacanza, ma riuscire davvero a staccare. Su questo punto la ricerca scientifica e il diritto del lavoro convergono: il recupero delle energie non rappresenta una pausa dalla produttività, ma una delle condizioni indispensabili affinché quest’ultima possa essere sostenibile nel tempo.
Eleonora Bruno
La Rocca e Associati S.p.A.

