Il dottorato di ricerca si conferma uno degli investimenti formativi con i migliori risultati sul mercato del lavoro ma tale vantaggio occupazionale non si traduce in stabilità contrattuale.
Infatti, se ad un anno dal conseguimento del titolo lavora il 94,1% dei dottori di ricerca, contro l’80,8% dei laureati di secondo livello, fra i dottori occupati la forma contrattuale più diffusa resta quella sostenuta da un assegno di ricerca. Soltanto il 27,5% è assunto a tempo indeterminato, mentre il 20,9% lavora con un contratto a tempo determinato.
Il titolo protegge, quindi, dalla disoccupazione ma non dalla precarietà. È lo scenario che emerge dai rapporti pubblicati da AlmaLaurea dedicati ai percorsi di dottorato e agli esiti occupazionali dei dottori di ricerca. Un titolo che vale. (…) Il vantaggio rispetto ai laureati magistrali è evidente anche sul fronte della disoccupazione. A un anno dal titolo, il tasso relativo ai dottori di ricerca è pari a 3,5%, contro il 9,3% rilevato per i laureati di secondo livello.
(…) Il risultato è migliorato nel tempo in quanto il tasso di occupazione è salito dall’89% del 2019 al 94,1% del 2025, con un incremento di 5,1 punti percentuali. La progressione, però, non è uniforme fra le discipline. Ingegneria registra il tasso di occupazione più elevato, pari al 96,1%; seguono scienze di base e scienze della vita, entrambe al 94,9%. Più distanti le scienze economiche, giuridiche e sociali, al 91,7%, e le scienze umane, al 90,7%. (…) Come evidenziano gli analisti, la differenza non dipende soltanto dalla domanda di competenze. AlmaLaurea segnala, infatti, per le ultime due aree, una maggiore diffusione di collaborazioni volontarie non retribuite, che interessano, rispettivamente, il 18,6% e il 14,6% degli occupati, contro una media complessiva dell’11%. Il dato richiama l’attenzione sulla necessità di distinguere tra occupazione in senso statistico e lavoro effettivamente remunerato e stabile.
Per valutare la qualità degli sbocchi non basta, quindi, sapere quanti dottori lavorano, occorre capire con quale contratto, a quali condizioni e con quale riconoscimento delle competenze. Il nodo del precariato. La composizione dell’occupazione rappresenta uno degli aspetti più critici. Dati alla mano, il 36,1% dei dottori occupati ad un anno dal titolo svolge un’attività sostenuta da assegno di ricerca. Il contratto a tempo indeterminato riguarda il 27,5%, quello a termine il 20,9%. Il 6,8% lavora in proprio, mentre il 4,8% beneicia di una borsa post-doc, di studio o di ricerca.
(…) Nel report si legge che, rispetto alla precedente rilevazione, gli assegni di ricerca hanno perso 3,9 punti percentuali. Nello stesso periodo sono aumentati i contratti a tempo indeterminato, di 2,7 punti, e quelli a termine, di 1,1 punti. Gli esperti di AlmaLaurea collegano la contrazione degli assegni, almeno in parte, alla graduale conclusione delle attività finanziate attraverso i primi bandi del Pnrr e alla transizione normativa connessa alla riforma dei contratti del pre-ruolo universitario. Le differenze per area disciplinare confermano la presenza di mercati professionali distinti.
Il tempo indeterminato è più diffuso tra i dottori in ingegneria, dove raggiunge il 34,8%, mentre scende al 21,8% nelle scienze di base. In quest’ultima area, invece, il 45,7% degli occupati lavora con un assegno di ricerca. Le attività in proprio sono relativamente più frequenti nell’area economica, giuridica e sociale, con il 15,7%, e meno diffuse nelle scienze di base, dove si fermano al 2,1%. Anche il genere evidenzia uno scarto nella qualità dell’inserimento professionale. Fra gli uomini, il 30,7% ha un contratto a tempo indeterminato, contro il 24,1% delle donne.
Queste ultime risultano, invece, più presenti nelle attività sostenute da assegno di ricerca: il 38,6%, rispetto al 33,7% degli uomini. Sul piano occupazionale complessivo la distanza è più contenuta: il tasso di occupazione è pari al 94,9% per gli uomini e al 93,3% per le donne. (…) Retribuzioni sopra la media.
Per i dottori di ricerca la retribuzione mensile netta media ad un anno dal titolo è pari a 1.984 euro. Il valore supera del 32,7% quello dei laureati di secondo livello ad un anno dalla laurea, pari a 1.495 euro, e del 4,3% quello dei laureati a cinque anni, pari a 1.903 euro. Il confronto conferma il rendimento economico della formazione di terzo livello ma non elimina il problema della dinamica salariale. Se si tiene conto dell’inflazione, infatti, la retribuzione media reale dei dottori di ricerca risulta in diminuzione dell’1,2% rispetto al 2024 e dell’1,5% rispetto al 2019.
Pertanto, la crescita nominale dei compensi non è stata sufficiente a preservare interamente il potere d’acquisto. (…) Cresce il ponte tra università e sistema produttivo. La sfida per il sistema italiano è trasformare la formazione scientifica in innovazione, produttività e occupazione qualificata. Nel 2025, il 19,4% dei dottori dichiara di aver svolto un dottorato in collaborazione con le imprese, attraverso dottorati industriali o percorsi in alto apprendistato.
Nel 2019 la quota era pari al 5%. L’incremento è superiore a 14 punti percentuali e rappresenta uno dei cambiamenti più rilevanti osservati negli ultimi anni. La diffusione è maggiore in ingegneria, dove i dottorati in collaborazione con le imprese riguardano il 26,9% dei dottori, e nelle scienze di base, con il 21,8%. Nelle scienze umane la quota scende al 13%.
L’incremento dei dottorati industriali è un segnale favorevole per le imprese che devono sviluppare nuovi prodotti, processi, tecnologie e competenze. Resta, tuttavia, da verificare quanto questa crescita sia strutturale e quanto sia legata agli investimenti straordinari del Pnrr. Borse e finanziamenti. L’85,6% dei dottori dichiara di aver beneficiato di un finanziamento durante il dottorato, una quota in aumento di 2,2 punti percentuali rispetto al 2019. (…) La forma di sostegno più diffusa è la borsa di dottorato ottenuta per l’intera durata del corso che riguarda il 90,6% di chi ha usufruito di inanziamenti. A distanza, segue la borsa o l’assegno di ricerca destinato a coprire parzialmente o totalmente il percorso, indicato dal 6,3%.
Il punto critico è, però, rappresentato dall’adeguatezza delle risorse, infatti soltanto il 34,2% dei beneficiari giudica il finanziamento adeguato, sommando le risposte positive più nette e quelle intermedie. Nel 2019 la stessa quota era del 56,9%. Il rapporto collega l’evidente contrazione anche all’aumento del costo della vita che riduce la capacità delle borse di sostenere le spese legate al percorso formativo.

