Il “vuoto culturale” nella povertà educativa

Nel contesto del teatro e del cinema, l’espressione “prezzo popolare” indica un costo calmierato, pensato per permettere anche ai ceti meno abbienti di accedere a uno spettacolo o a un film in sala. Una formula che, più che essere commerciale, esprime una precisa idea democratica: la cultura come bene comune.

In Italia questo principio è garantito dalla nostra Carta costituzionale. L’art. 9, ad esempio, afferma che «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica», mentre l’art. 34 garantisce che «la scuola è aperta a tutti» e – aggiunge – che «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Mettendo in relazione questi due articoli, emerge nero su bianco che il diritto all’istruzione e l’accesso alla cultura non sono separati, ma interconnessi.

L’infelice affermazione di La Fisica che ci piace

In questo contesto si inserisce una recente riflessione del professor Vincenzo Schettini, volto del progetto divulgativo La Fisica che ci piace. In un’intervista ha osservato che l’insegnamento è destinato a cambiare, con una scuola sempre più fruibile anche online e docenti impegnati a produrre contenuti educativi digitali, anche a pagamento. Da qui la provocazione: perché un buon prodotto può essere venduto in un supermercato mentre la buona cultura non dovrebbe esserlo? Una domanda legittima, che però lascia aperto un nodo cruciale: chi non ha mezzi economici rischia di restare escluso dall’accesso alla cultura.

La povertà educativa

Eppure, per molti giovani, la cultura resta una soglia difficile da varcare. Non solo per ragioni economiche, ma per mancanza di stimoli e opportunità. Si parla sempre più spesso di “vuoto culturale”: quartieri senza librerie, famiglie con pochi libri in casa, scuole prive di spazi adeguati. È in questo contesto che si definisce e si realizza pragmaticamente la povertà educativa: la condizione in cui un minore è privato della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare capacità e talenti.

Secondo la XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia a Rischio di Save the Children il 26,1% dei ragazzi tra gli 11 e i 15 anni è a rischio povertà educativa o esclusione sociale. Oltre la media nazionale però emergono disparità a livello regionale. In particolare, nel Mezzogiorno la quota sale al 41,9%, mentre al Nord si attesta intorno al 15% e al Centro al 24,1%.

Colmare il vuoto culturale

Per questo si attivano e si organizzano iniziative che provano a colmare questi “vuoti culturali”. A Milano, la biblioteca BAOL – di cui ha scritto Rivista Studio – è un esempio di presidio culturale in un quartiere popolare: uno spazio che non offre solo libri, ma laboratori, incontri, ascolto.  A Roma, invece, nel quartiere di Torpignattara, il programma “Giganti gentili” lavora con le scuole medie, portando autori, illustratori e formatori dentro le classi.

Ecco, il tema dello spazio culturale come stimolo – sia esso fisico o simbolico – ci riporta teneramente al romanzo Una stanza tutta per sé (1929) di Virginia Woolf. La scrittrice britannica sottolinea come la “stanza” – intesa come luogo caratterizzato da un tavolo, libri, quaderni, penne – resti un elemento imprescindibile per mantenere vivo e costante il rapporto con la cultura.

Senza luoghi, tempo e stimoli adeguati, il rischio è quello di subire il vuoto culturale anziché colmarlo, con conseguenze determinanti sulla formazione e sull’apprendimento: essere privi di libri, strumenti di lettura o spazi di riflessione significa subire una sorta di povertà educativa, fatta di occasioni mancate per leggere, pensare, confrontarsi e crescere culturalmente.

Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

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