Il 19 settembre 2025 il presidente Donald Trump ha firmato un provvedimento destinato a far discutere: una tassa di 100 mila dollari per ogni nuova richiesta di visto H-1B presentata dai lavoratori stranieri altamente specializzati che tenteranno di entrare temporaneamente negli Stati Uniti nei prossimi 12 mesi.
Per anni concepito quale strumento per attrarre stranieri altamente qualificati da tutto il mondo nei più disparati settori, dalla tecnologia all’ingegneria fino alla ricerca scientifica, in un comunicato ufficiale della Casa Bianca, il programma H-1B viene ora definito quale “mezzo per ridurre artificialmente i salari mediante l’impiego di manodopera meno retribuita e meno qualificata, uno strumento che compromette la sicurezza economica del Paese e penalizza i cittadini americani nei settori chiave della scienza e dell’informatica” (i cosiddetti ambiti STEM).
Secondo Trump, gli abusi legati all’impiego di lavoratori stranieri avrebbero impedito alle imprese statunitensi di utilizzare il programma H-1B per la sua finalità originaria: colmare le posizioni per le quali non esistono lavoratori americani dotati di competenze e formazione necessarie. Una scelta, quella del presidente, che non rappresenta soltanto una misura economica o amministrativa: è un gesto simbolico, il segno di un Paese che dopo secoli di avanguardia nel mondo del lavoro, pare ora ripiegarsi su sé stesso e guardare con diffidenza il talento che sbarca sul territorio.
Che fine ha fatto il sogno americano?
Le grandi aziende tecnologiche, le università, le start-up innovative sanno bene che il progresso non necessità di un passaporto. Ogni scoperta scientifica, come insegna il passato, nasce spesso dall’incontro tra diversità, dai punti di vista più variopinti, più semplicemente dall’incontro delle menti.
Eppure, la storia ci insegna che i muri non fermano i sogni, rendono solo la scalata più difficile da affrontare, mattone dopo mattone.
Erigere muri culturali significa dividere le persone in due categorie: chi può permettersi di sognare e chi no. Perché non tutti potranno permettersi di affrontare l’acquisto di un biglietto d’ingresso da 100mila dollari. Forse solo i più fortunati riusciranno a entrare nel Paese, se l’azienda per cui lavoreranno sarà disposta a sostenere la spesa per loro.
Oggi molte grandi aziende tech, come Google e Microsoft, dipendono fortemente dai talenti esteri. Come scrive Johana Bhuiyan sul The Guardian, gran parte delle industrie tecnologiche statunitensi dipendono in larga scala da lavoratori provenienti da Cina e India. Va da sé, quindi, che aumenti di costo così drastici possano compromettere l’equilibrio economico attuale o spingere le aziende a rilocalizzare alcune attività.
Al momento, tuttavia, la restrizione non riguarderà gli stranieri già impiegati negli Stati Uniti, a patto che il Segretario per la Sicurezza Nazionale non ritenga che la loro permanenza costituisca una minaccia per il Paese.
Non è escluso, però, che la misura possa generare rivendicazioni o ricorsi, anche connessi al mancato rispetto della normativa interna in materia di immigrazione. La legge americana, infatti, prevede che soltanto il Congresso possa introdurre nuove disposizioni in materia di visti (come si legge su Il Post “Negli Stati Uniti impiegare lavoratori stranieri specializzati sarà più costoso”).
Valeria Cappellano
La Rocca e Associati S.p.A.

