Nel 1971 i cinematografi italiani proiettavano nelle proprie sale Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, un film diretto da Luigi Zampa. Il titolo riassume in maniera sintetica e ironica quella che è la trama: Amedeo Battipaglia, interpretato da nientemeno che Alberto Sordi, emigrato in Australia in cerca di fortuna, non trova soddisfazione affettiva.
Ormai non più giovane e per nulla “avvenente”, decide di ricorrere a un annuncio matrimoniale per sposare una connazionale “illibata”. A rispondere è Carmela, a cui dà volto Claudia Cardinale, ragazza meridionale di umili origini che, dietro l’immagine ingenua e casta, nasconde un passato segnato dalla prostituzione. Da qui prende forma una commedia tenera e amara, dove l’inganno iniziale lascia spazio al desiderio di un riscatto sentimentale: i due protagonisti si muovono tra il bisogno di dignità e la speranza di costruire una vita nuova.
Il cibo come memoria, radice e identità
Il film è rimasto impresso non solo per l’interpretazione di due giganti del cinema come Sordi e Cardinale, ma anche perché ripercorre, in forma di commedia, una pagina importante della storia italiana: quella dell’emigrazione italiana. Nella cornice tratteggiata da Zampa appare una scena madre in quanto capace di generare una subitanea immedesimazione nello spettatore. Dentro l’aeroplano che porta gli emigrati italiani verso l’Australia, i passeggeri stringono tra le mani i loro bagagli più preziosi: ceste colme di formaggi, soppressate, salumi, bottiglie d’olio e di vino.
È la scena simbolo: il cibo come memoria, radice e identità. Ne ha parlato Vito Teti, antropologo e saggista italiano, che nel saggio Fine pasto (Einaudi, 2015) riflette proprio sul valore culturale e sociale del cibo, inteso come espressione identitaria e affettiva capace di tenere insieme comunità, nonostante la distanza dalla propria terra:
«Gli emigrati che ripartono dopo un breve periodo di vacanze in paese portano con sé, assieme alle valigie, un insolito bagaglio a mano: un paniere di fichi, ricoperti con foglie dello stesso albero. […] Camminano piano, nell’aeroporto di Lamezia Terme, lentamente, quasi religiosamente, con il paniere in mano, fanno attenzione e che non venga urtato, sbattuto, travolto, lo tengono come una reliquia. È come se nel paniere trasportassero il loro sentimento del luogo, il loro luogo» (Vito Teti, Fine pasto. Il cibo che verrà, Einaudi, 2015).
L’identità persa e ritrovata
C’è un filo rosso che lega la storia dell’emigrazione italiana a quella dell’immigrazione in Italia: l’identità persa e ritrovata, del cibo come memoria custodita e tramandata.
È in questo contesto che si colloca il festival MULTI, viaggio alla scoperta delle culture e delle cotture che ci uniscono. Da giovedì 25 settembre a domenica 28 settembre, l’evento trasformerà Piazza Vittorio in un grande laboratorio a cielo aperto di convivenza culturale: oltre 80 appuntamenti, più di 20 comunità migranti, “piatti comunitari” provenienti da tante tradizioni diverse, incontri, spettacoli, musica, letteratura.
Piazza Vittorio non è scelta casuale in quanto uno dei luoghi più citati nelle guide turistiche dedicate a una Roma multietnica e dinamica. Situata sull’Esquilino, la piazza è un crocevia di culture: mercati, ristoranti internazionali, presenza forte di comunità provenienti da Asia, Africa, America Latina. Il crocevia in cui l’incontro con l’Altro avviene ogni giorno.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

