A una prima occhiata l’Italia potrebbe sembrare in ritardo, ma i numeri raccontano un’altra storia. Se la Germania deve ricorrere a un nuovo prelievo che appesantisce il costo del lavoro e alleggerisce il netto in busta paga, l’Italia ha già in casa il suo asso nella manica: il TFR.
Il contributo tedesco (2%): Su uno stipendio medio annuo di circa 24.500 euro, il 2% vale 490 euro l’anno. Proiettato su 40 anni di carriera (ipotesi di rendimento al 4,8%), genera un montante di circa 56.300 euro.
Il TFR italiano (6,91%): Sulla stessa retribuzione, il TFR accantona ben 1.692 euro l’anno (oltre tre volte e mezzo la quota tedesca). Nello stesso arco di 40 anni, conferito alla previdenza complementare, sviluppa un tesoretto che sfiora i 195.000 euro.
La vera differenza sta nella provenienza: la Germania chiede un sacrificio economico extra, mentre l’Italia punta a far fruttare meglio una risorsa che il lavoratore ha già maturato.
Il bivio del 2026: l’iscrizione automatica ai fondi pensione
In Italia la vera svolta è scattata dal 1° luglio 2026: per i neoassunti del settore privato, il TFR finisce in automatico nei fondi pensione (con 60 giorni di tempo per chiamarsi fuori). Una scelta obbligata dai numeri: nel 2025 i fondi negoziali hanno registrato un rendimento medio del 4,8% (con i comparti azionari schizzati tra il +7,5% e il +10%), a fronte di un modesto 1,9% garantito dal TFR lasciato in azienda.
La sfida per la Manovra 2027 sarà quindi trovare un equilibrio tra le richieste di maggiore flessibilità in uscita e la tenuta dei conti pubblici, evitando che le riforme si trasformino in un “conto doppio” da far pagare alle nuove generazioni.
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