Il 25 marzo 2026, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha definito la tratta transatlantica degli schiavi africani “il più grave crimine contro l’umanità”. Il presidente del Ghana, John Mahama, ha sottolineato durante il dibattito: «Siamo qui riuniti oggi per proclamare la verità e proseguire il cammino verso la guarigione e la giustizia riparativa» (Internazionale).
La risoluzione, infatti, non si limita a una condanna simbolica. Invita gli Stati a impegnarsi in un processo concreto: scuse formali, risarcimenti per i discendenti delle vittime, politiche contro il razzismo e, soprattutto, la restituzione dei beni culturali e spirituali saccheggiati.
La storia di David Drake, il vasaio
Nella Carolina del Sud dell’Ottocento, David Drake era uno schiavo. Egli – sopranominato “the potter” – lavorava come vasaio, producendo grandi recipienti in ceramica destinati alle piantagioni. Oggetti utilitari, apparentemente anonimi. Eppure, contro ogni consuetudine e contro la legge – che proibiva agli schiavi l’alfabetizzazione – Drake incideva sulla superficie dei vasi il proprio nome e brevi versi (The New York Times).
Era un gesto minimo e radicale insieme. Scrivere significava rivendicare esistenza: u uno dei vasi compare una frase che attraversa il tempo: “I wonder where is all my relation” (Mi chiedo dove siano tutti i miei parenti).
La domanda racchiude una condizione storica, quella della schiavitù: famiglie spezzate, coppie separate, figli venduti. Per gli afroamericani schiavizzati, la parentela era un legame continuamente negato. Oggi, invece, i discendenti di Drake leggono quelle parole come un messaggio rivolto a loro: “Noi siamo quei parenti”.
Un’eredità familiare e culturale perduta
Per molto tempo, nessuno degli eredi ha posseduto una sola opera di Drake. I vasi erano nelle mani di collezionisti e musei, mentre il loro valore cresceva vertiginosamente. Nel 2021, ad esempio, un grande vaso con quattro manici è stato venduto all’asta per 1,5 milioni di dollari, stabilendo un record per la ceramica americana.
Questa crescita economica ha reso più evidente una contraddizione: oggetti nati in condizioni di privazione estrema diventano strumenti di accumulazione di ricchezza per altri. Ad oggi, non esiste un quadro giuridico chiaro per la restituzione delle opere create da persone schiavizzate, ma la famiglia Drake ha deciso di perseguire la giustizia: un percorso a ostacoli.
Insieme ad Argentina e Israele, Gli Stati Uniti, infatti, ha votato contro la risoluzione. È un dato che apre una riflessione: quello della distanza tra riconoscimento simbolico e assunzione di responsabilità concreta. Se la memoria, come suggerisce Teju Cole in Tremore (Einaudi, 2024), non è mai neutra ma costruita anche attraverso ciò che viene omesso, allora ogni voto diventa anche una forma di narrazione del passato.
Per ora ci basti sapere che Il Museum of Fine Arts di Boston ha riconosciuto che la catena di proprietà di quei vasi era compromessa fin dall’inizio: Drake li aveva realizzati senza alcun controllo sulla loro vendita.
Da questo riconoscimento è nato un gesto concreto: la restituzione di due vasi alla famiglia, considerata proprietaria legale. Non risolve né risarcisce, ma segna un precedente.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

