Oggi più che mai, i giovani vivono una fase di malessere diffuso.
Segnato da grandi inquietudini, lo specchio dell’adolescenza post-pandemia appare molto meno nitido rispetto al passato, ma non è solo una percezione comune: ansia, insoddisfazione e perdita di fiducia nel futuro sono i tratti distintivi di una generazione che fatica a intravedere la luce.
Un articolo dell’Avvenire di Massimo Calvi, dal titolo “I giovani stanno male in tutto il mondo e c’entra molto la solitudine” tratta il tema dei giovani e del benessere, dalla solitudine al senso di inadeguatezza verso il mondo e la società. Sotto i riflettori un’indagine realizzata da Ipsos per l’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica in cui a spiccare è un dato particolarmente allarmante: oltre il 50% dei giovani italiani ha una percezione estremamente bassa del proprio futuro.
Oggi il benessere non è dato solo dalla ricchezza. A livello internazionale, il Global Flourishing Study ha ridisegnato il concetto di “prosperità” in almeno 22 paesi. L’analisi include un insieme di indicatori quali “le relazioni sociali, la felicità, la salute mentale e fisica, il senso della vita, la sicurezza economica e persino la spiritualità”.
Il benessere, come si legge, non è esclusivo dei paesi economicamente più avanzati. Al contrario, un PIL più elevato non garantirebbe necessariamente un maggior grado di felicità nella popolazione. Anzi, nelle economie meno sviluppate le persone tendono a trovare maggiore significato nella vita e riescono a costruire relazioni più profonde. Questo suggerisce che il denaro è utile, ma non basta per garantire la felicità.
Tra ansia e solitudine: cosa alimenta il disagio dei giovani?
Con la pandemia gli edifici di tutto il mondo si sono progressivamente svuotati portando milioni di persone a svolgere la propria attività lavorativa o accademica da remoto, pur mantenendo i contatti con gli amici e con i colleghi attraverso le più disparate piattaforme digitali. Eppure, il cosiddetto “pendolarismo digitale” ha portato benefici in termini di efficienza e flessibilità lavorativa per molti ma ha reso gli uomini più fragili e soli, complice la mancanza di interazioni sociali capaci di sviluppare in ognuno di noi il senso di appartenenza ad una comunità reale di individui, e non solo virtuale.
Più messaggi vocali, meno conversazioni dal vivo; più connessioni veloci, meno relazioni profonde. Questo è il ritratto dei Millenials. Giovani cresciuti nell’era digitale che, tuttavia, faticano a sviluppare relazioni autentiche e durature nella vita reale, spesso esposti a un costante confronto con ideali irrealistici che minano l’autostima e la fiducia verso sé stessi e gli altri.
Anche l’Organizzazione mondiale sulla sanità ha dichiarato la solitudine un “problema di salute pubblica globale”. Eppure, la solitudine non è ancora considerata una malattia mentale in sé, ma certamente può intrecciarsi con stati di ansia, depressione e altri disturbi emotivi, specialmente nel confronto con le versioni idealizzate delle vite altrui.
Essa scaturisce dalla percezione di essere esclusi dal resto del mondo e dalla mancanza di legami profondi e sinceri. La solitudine, purtroppo, è un argomento ancora poco discusso e per i giovani può sembrare ancor più difficile ammettere di sentirsi soli. Al contrario, spesso la magra consolazione al proprio vuoto interiore è vedere aumentare la lista di amici sui social, nell’illusione che la connessione continua possa far sentire meno isolati che mai.
Come si legge su Internazionale, a differenza di altri disturbi psicologici, la solitudine è un fenomeno tipicamente moderno. Emozioni come ansia, tristezza o insoddisfazione hanno sempre accompagnato l’essere umano in ogni epoca, ma solo in tempi recenti si evidenzia una vera e propria condizione di disagio sociale, più comunemente chiamato “fomo”, acronimo di “fear of missing out” ovvero la paura di essere tagliati fuori.
Quando la solitudine diventa isolamento: il caso degli Hikikomori
Una forma estrema di questo malessere, legata a stati persistenti di angoscia, ansia e ritiro sociale, si manifesta in un fenomeno sempre più diffuso: quello degli Hikikomori. Si tratta di soggetti prevalentemente giovani di età tra i 15 e i 30 anni, ha preso il sopravvento anche in Italia. Si tratta di individui che volontariamente decidono di ritirarsi dalla vita sociale per periodi prolungati, che in giapponese significa letteralmente “stare in disparte”, può manifestarsi con diversi livelli di isolamento, dalla semplice tendenza a evitare contatti sociali alla reclusione completa in una sola stanza.
Come riporta il magazine Vita, dal titolo “Hikikomori, non è tutta colpa dei videogiochi” di Rossana Certini“, la scelta di isolarsi dalla vita sociale è spesso una strategia di autoprotezione contro la paura di non essere accettati per quel che si è. Per questa ragione, non esiste un solo modo di vivere l’isolamento, ogni giovane sperimenta la solitudine in modo soggettivo e irripetibile, chi sceglie i videogiochi, chi l’uso dei dispositivi elettronici, chi le serie tv e i social media, nel tentativo di riempire il vuoto o evitare il silenzio dei propri pensieri.
Rispetto al passato, qualcosa è cambiato. Inevitabilmente, ogni generazione, affronta nel tempo le proprie paure in modo diverso e del tutto nuovo. Non è una questione di peggioramento o miglioramento, ma di trasformazione.
Certo è, che i legami autentici e stabili restano, ancora oggi, uno degli elementi fondamentali per il benessere personale, a prescindere dal contesto in cui si vive.
Comprendere queste nuove forme di disagio richiede uno sforzo consapevole ma non impossibile.
In un mondo segnato da velocità e trasformazioni costanti, riscoprire il valore della condivisione e investire nelle relazioni umane può rappresentare una via concreta per offrire speranza e orientamento alle nuove generazioni, in perenne ricerca di solidi punti di riferimento.
Valeria Cappellano
La Rocca e Associati S.p.A.

