In tempi non troppo lontani, la sindrome da burnout è stata definita dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) quale “sindrome concettualizzata come conseguenza dello stress cronico sul posto di lavoro non gestito con successo”. Questo stato, continua l’Istituto, sarebbe caratterizzato da tre dimensioni:
- sensazione di esaurimento o spossatezza;
- aumento della distanza mentale dal proprio lavoro, o sentimenti di negatività o cinismo relativi al proprio lavoro;
- ridotta efficacia professionale.
L’attenzione a tale fenomeno è relativamente recente ma, anche alla luce degli ultimi studi sul mercato del lavoro ed in particolare sui lavoratori, emerge quanto questa non sia – evidentemente – abbastanza.
In un mondo del lavoro in continuo mutamento, basti solo pensare all’avvento dell’IA ed al suo grande utilizzo negli ultimi tempi, la condizione di stress che molti lavoratori e lavoratrici lamentano è di fatto rimasta sempre stabile. Talmente stabile che la domanda che ci si pone è: i lavoratori e le lavoratrici, ma anche e soprattutto i datori di lavoro, fanno abbastanza per tentare di cambiare le cose?
La risposta risulta essere più che complessa. Cosa significa “fare abbastanza” nel momento in cui si crede di fare il proprio massimo? Ovviamente il concetto cambia che si parli dei lavoratori o che si parli del lato “forte”, ovvero di coloro i quali detengono potere decisionale.
La lavoratrice e il lavoratore che non intendono rinunciare alla propria energia, né ridurre le proprie capacità o tanto meno essere negativi (per riprendere alcune delle caratteristiche del cosiddetto burnout), possono scegliere strade diverse. Basti pensare che lo stress da lavoro è una delle prime cause delle cd. “grandi dimissioni” italiane degli ultimi anni. Oppure, non da meno, la famosa “fuga dei cervelli”: in una recente audizione del Presidente dell’ISTAT, quest’ultimo affermava che, negli ultimi anni, sono costantemente aumentati i trasferimenti all’estero di giovani italiani, a fronte di un rientro decisamente più contenuto da parte di chi ha trascorso un periodo all’estero.
Le ricerche sul burnout
Ma, prima di pensare alle diverse possibili “soluzioni” – se così possono essere chiamate –, alcuni recenti studi possono aiutare a comprendere le diverse cause. In primis, dal recentissimo rapporto Work Trend Index 2025 rilasciato da Microsoft, emerge come le giornate lavorative risultino oramai infinite. Le energie mentali del 40% degli utenti di Microsoft 365 cominciano ad essere utilizzate alle 6 del mattino per controllare la posta arrivata e programmare la giornata lavorativa. Altrettanto critico il dato riportato sull’attività svolta fuori orario lavorativo: i messaggi inviati o ricevuti risultano più di 50 e, entro le 22, quasi un terzo dei lavoratori attivi torna a controllare le proprie mail. È chiaro come, sicuramente per le ragioni più disparate, sia ormai difficile lasciare la presa ed abbandonarsi ai propri spazi.
Non nuoce meno neanche l’attività eccessiva sul luogo di lavoro e negli orari congrui. Secondo uno studio condotto su 893 lavoratori tra Francia e Regno Unito – diffuso dal Corriere.it – si evidenzia l’eccessivo sforzo mentale percepito dai lavoratori che svolgono attività cercando sempre modalità innovative. Non che la proattività debba per forza danneggiare, anzi; la chiave, secondo lo studio, sarebbe nella ricerca di un equilibrio possibile tra l’agire secondo una routine, che permetta di fatto un risparmio energetico, e l’agire proattivamente senza perdere la propria serenità mentale.
Come gestire al meglio lo stress cronico sul posto di lavoro?
Soluzioni facili non sembrano esistere, come anche risultati certi sugli effetti nel lungo periodo. Ciò che può essere sempre messo in atto è la valutazione di modifiche nell’organizzazione, tali da far funzionare il meccanismo. Qualcuno potrebbe pensare che stipendi più alti siano sufficienti a colmare il divario; sebbene il problema sia circoscritto prevalentemente al nostro paese, ciò che emerge con maggiore forza è la possibilità di conciliare la propria vita privata con il resto delle attività.
Per tornare al punto di vista aziendale, la continua ricerca di soluzioni- anche a livello istituzionale – ha consentito, negli ultimi tempi, l’introduzione e la diffusione di condizioni migliorative come welfare, settimana corta e strumenti che permettano la tanto ambita conciliazione vita-lavoro. Ma tutto ciò è considerabile “fare abbastanza”? È forse plausibile che tale sforzo sia da richiedere più da questo lato che ai lavoratori? Ciò che emerge nettamente dai recenti studi è che, talvolta, provare a dare il massimo crea nel concreto più danni che benefici per entrambe le parti.
Probabilmente, le energie mentali concentrate su ciò che genera e promuove la soddisfazione e la salute – mentale e fisica – dei nostri colleghi e dipendenti, potrebbero rivelarsi quelle meglio investite.
Fonti:
- Burn-out an “occupational phenomenon”: International Classification of Diseases, World Health Organization;
- Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto, Istat;
- Microsoft Work Trend Index: l’AI per evitare la giornata lavorativa infinita, Microsoft;
- Essere intraprendenti sul lavoro stanca il cervello: lo studio che rivela il costo cognitivo dell’originalità, Il Corriere della Sera.
Giulia Rossi
Consulente del Lavoro
La Rocca e Associati S.p.A.

