Sembra il titolo di una spy story ambientata nel futuro, e invece, “Gentelligence” è il titolo di uno studio rivoluzionario che mette uno stop alle guerre generazionali in ambito lavorativo.
Megan Gerhardt, Professor of Management e Director of Leadership Development presso la Farmer School of Business alla Miami University, è la studiosa che fatto nascere la nuova strategia.
Il suo libro sta spopolando negli Stati Uniti, il suo post ha fatto strike in rete. In sintesi, è nato un nuovo movimento.
“Gentelligence” è la strategia aziendale rivolta ai leader di tutte le età; “Gentelligence Movement” invece è l’Accademy creata dall’ autrice del libro.
“Fine di questa nuova metodologia – spiega l’autrice – è quella di sbloccare i punti di forza di ciascuna generazione, nell’ottica di sviluppare la capacità di insegnare e imparare da chi è più giovane e da chi è più anziano: è scorgere nelle differenze generazionali un’opportunità di crescita”.
“Non si tratta di rinunciare alle proprie convinzioni, ma di aprirsi a nuove possibilità, di rivedere e riformare i paradigmi generazionali per dare voce a chi si approccia per la prima volta al mondo del lavoro”.
Ma da dove nasce l’esigenza di analizzare il problema del conflitto generazionale nel mondo del lavoro?
Negli Stati Uniti nel corso degli ultimi mesi molti titoli sensazionalistici hanno invaso il feed di LinkedIn di notizie, suggerendo che i datori di lavoro non vogliono più assumere la Generazione Z (Thank You, Next…We’ll Wait for the Next Generation Instead di Megan Gerhardt)
Se questa sembra già di per sé una cattiva notizia, c’è una questione più profonda da considerare: la retrosia delle “vecchie” generazioni ad accogliere le istanze delle “nuove”.
Se, tuttavia, le imprese statunitensi decidessero davvero di escludere la Generazione Zeta, composta da circa 69,3 milioni di persone negli Stati Uniti, dovrebbero chiedersi quale sia la strategia per intercettare il talento.
Ignorare 15 anni di forza lavoro – o, peggio, aspettare che arrivi la “prossima generazione” – non sembra una mossa vincente, soprattutto alla luce di alcune considerazioni portate alla luce dagli esperti.
Facendo i conti con la realtà, infatti, è impossibile non immaginare che anche la prossima generazione, proprio come la Z, porterà con sé nuove sfide.
Le proposte di riforma che oggi sembrano tanto lontane dal mondo del lavoro (per come lo conosciamo) potrebbero essere solo la risposta a un mondo in continua evoluzione.
Generazioni a confronto
Ogni generazione porta con sé cambiamenti, nuove idee, e una spinta verso la modernizzazione. Persino i Baby Boomers non sono stati ben visti dagli adulti del loro tempo.
Non è un caso che anche oggi la Generazione Z venga vista con occhi un po’ critici da una parte del mondo del lavoro e, tuttavia, è proprio in queste differenze che risiede la possibilità di evolversi.
In un mondo in cui il progresso tecnologico e sociale è così rapido, le nuove idee e i nuovi metodi non sono mai da respingere; piuttosto, sono occasioni da accogliere.
Ignorare i giovani perché non si adattano perfettamente ai vecchi paradigmi rischia di compromettere le possibilità di successo a lungo termine: soprattutto se una generazione, come quella Zeta, rappresenta oggi il 18% della forza lavoro negli Stati Uniti.
Il progresso richiede uno sforzo consapevole. In fondo, ogni generazione è stata accusata, a proprio tempo, di essere “troppo audace, troppo indipendente o troppo imprevedibile”.

