In Italia il tasso di utilizzo del congedo di paternità è più che triplicato fra il 2013 e il 2022 passando dal 19,2% degli avanti diritto nel 2013 al 64,5% nel 2022 ma oltre il 35% non lo utilizza con percentuali più ampie per i lavoratori con contratto a termine e per quelli che lavorano nelle aziende con pochi dipendenti. E’ quanto emerge da uno studio di Inps e Save the children pubblicato in vista della Festa del papà.
Vive al Nord, ha un contratto di lavoro stabile e un reddito tra i 28.000 e i 50.000 euro. E’ questo il ritratto del padre che usufruisce del congedo di paternità in Italia – diffuso da Inps e Save the Children, in vista della Festa del Papà. Il quadro emerge dall’elaborazione Inps sui dati dei propri archivi.
Seppure nel carico di cura dei figli permane un forte squilibrio tra i generi, con evidenti ripercussioni sulla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, nell’universo dei padri qualcosa sta cambiando, anche se lentamente.
Introdotto in Italia nel 2012, il congedo di paternità, che ha come scopo quello di favorire la condivisione della cura e il legame tra padri e figli, si è gradualmente allungato fino ad arrivare agli attuali 10 giorni. Anche il suo utilizzo è cresciuto nel tempo, passando dal 19,2 per cento dei padri aventi diritto nel 2013 al 64, 5 per cento nel 2023, una crescita che è stata più marcata nei primi anni e più contenuta negli ultimi, con una differenza di soli 0,5 punti percentuali tra il 2023 e il 2022.
Sono quindi più di 3 padri su 5 ad utilizzarlo, ma con notevoli differenze che dipendono sia dal territorio dove si risiede, sia dalla dimensione aziendale, che dal tipo di contratto lavorativo.

