Fast fashion. L’insostenibile leggerezza dell’iper-consumo

Tempi della moda

La storia ne ha memoria: gli abiti, indossati e sfoggiati, hanno significati sociali,  forme di comunicazione attraverso cui esprimere valori, status e identità.

Un esempio ci arriva dalla Repubblica Romana Imperiale e dalla sua famosa produzione scultorea antica. Dalla rappresentazione delle autorità che ricoprivano cariche pubbliche oggi possiamo ammirare le sculture. Le figure indossano habitus dell’epoca: gli uomini sono vestiti con la toga di chi possedeva il diritto di cittadinanza. Le matrone romane sono raffigurate con il capo coperto da un mantello.

Gli abiti rappresentano il ruolo sociale, ambedue consegnati alla rigidità (a volte voluttuosa) del marmo.

Coprire, proteggere, abbellire. E poi, Affermare il proprio sé: nasce in tempi decisamente più recenti “l’outfit”. L’anglicismo indica l’insieme coordinato di abiti e accessori per una precisa occasione, che sia andare a vedere una prima al cinema, partecipare a un evento o andare al lavoro.

Ma quanto ci costa?

La filiera

Dopo l’industria estrattiva del petrolio, quella della moda è risultata essere una filiera produttiva con significativi impatti ambientali e sociali: inquinamento, sfruttamento della manodopera, falsificazione, sommerso.

L’impatto ambientale

Secondo il rapporto Quant‘acqua sfruttiamo. Come il consumo di materie prime minaccia le risorse idriche del pianeta, redatto dal SERI Sustainable Europe Research Institute occorrerebbero circa 2.700 litri d’acqua per produrre una singola maglietta. Per fare un confronto, si tratta di quasi diciassette piscine convenzionali. Ancora, per produrre un paio di jeans sarebbero, invece, impiegati all’incirca 7.500 litri di acqua.

L’impatto sociale

Non solo. Il problema dell’impronta idrica è accompagnato da quello delle condizioni di lavoro inique dei lavori del settore: situazioni precarie, orari massacranti e salari minimi. E, in alcuni casi irreparabili, da incidenti mortali sul lavoro: ricordiamo, tra le morti bianche, la vicenda drammatica dell’operaia pratese ventiquattrenne Luana D’Orazio che perse la vita perché stritolata dall’orditoio manomesso sul quale stava lavorando.

Antonio Selvatici delinea nel suo libro Il sistema Prato. Il distretto illegale dei cinesi e degli italiani (Edizioni Pendragon, 2016) ciò che il Procuratore Luca Tescaroli ha recentemente riferito in Senato alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sicurezza sul lavoro. (Qui l’audizione).

Tra i temi messi a fuoco «l’esistenza di una struttura imprenditoriale criminale “integrata” il cui momento di centralità è rappresentato dallo sfruttamento del lavoro nel settore manifatturiero».

Dalla moda al fast fashion

Il passaggio all’arco produttivo del fast fashion segna i vari comparti dell’industria dell’abbigliamento. Si produce a costi bassi per vendere a prezzi ridotti, si punta al profitto. Se in passato si seguiva un ciclo stagionale ben definito – caratterizzato da tempi di progettazione, produzione e distribuzione – prevale ora una logica di produzione accelerata: introdurre nuove collezioni a distanza di poche settimane spingendo chi acquista verso un consumo rapido,  impulsivo. Dal veloce all”Ultraveloce: usa, getta, sfrutta.

Gli scarti

Poi bisogna citare un dato non trascurabile: secondo i dati rilevati dall’UNEP (United Nation Environment Programme) l’industria del fast fashion produce ogni anno al livello globale oltre 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Come e dove sono smaltiti?

Da una parte gli scarti vengono inceneriti, così generando ingenti emissioni di CO₂; dall’altra raggiungono vere e proprie discariche a cielo aperto.

Una di queste si trova in un paese dell’Africa Occidentale che affianca la Costa d’Avorio, il Ghana. Lì, le balle di vestiti che non riescono a essere assorbite dal mercato di seconda mano di Kantamanto vengono smaltite a Kpone, un terrapieno situato lungo il mare. È famoso lo scatto che ritrae una mucca denutrita in cima a una montagna imponente di vestiti (Fonte: Associated Press News).

Economia circolare: sorpresa Ghana

Contesti apocalittici e realtà virtuose.  Li mette in luce l’autorevole The Guardian che ha aperto su questo un filone di tradizionale giornalismo investigativo.

Tra le storie raccontate dalla testata giornalistica britannica c’è quella dell’Owo Festival della Or Foundation, ideato per esporre capi di moda realizzati con materiali riciclati da designer locali, con l’obiettivo di sensibilizzare sul fenomeno del fast fashion e promuovere il riutilizzo degli abiti. Un sistema che, oltre ad affrontare l’inquinamento da rifiuti tessili, genera occupazione.

Una seconda iniziativa è quella del festival Obroni Wawu October (letteralmente “abiti di uomo bianco morto”). L’obiettivo degli organizzatori è quello di curare sfilate in cui le modelle indossano capi realizzati esclusivamente con materiali di scarto, promuovendo così l’uso creativo e sostenibile dei rifiuti nel mondo della moda.

Iperconsumo da fast fashion in Acme saldi. Quando il desiderio indotto di comprare supera la consapevolezza, il costo collettivo è pagato dalla terra, a partire dai più vulnerabili.

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