Il ritratto di Dorian Gray (1890), il celebre romanzo di Oscar Wilde, si apre con un’ossessione: quella per la giovinezza eterna, per un tempo che scorra senza lasciare traccia sul corpo.
L’immagine del protagonista che rimane immutato mentre il suo ritratto invecchia al suo posto è diventata, nel tempo, una metafora potente del desiderio umano di sottrarsi al decadimento biologico. Oggi, quella stessa tensione – o, meglio, brama – sembra essersi spostata dalle pagine della letteratura ai laboratori della Silicon Valley.
Longevità: tra lusso e scienza
Ne risulta un’immagine ambigua e potente, dove lusso e scienza si intrecciano. Da un lato, la promessa di tecnologie avanzate capaci di prolungare la vita; dall’altro, l’emergere di un’estetica della longevità che si nutre di capitali, dati e aspettative spesso difficili da verificare empiricamente.
Negli ultimi anni, infatti, il settore tech ha assistito a un ingente flusso di investimenti verso startup impegnate nello sviluppo di applicazioni e modelli di intelligenza artificiale con l’obiettivo di rallentare, invertire o addirittura arrestare l’invecchiamento biologico (Fonte: Avvenire)
Un esempio emblematico è raccontato nel podcast Il tuffo: la storia di Ferdinando, che lavora in una startup il cui intento è quello di sviluppare un’app in cui gli utenti possano condividere i propri dati medici con ricercatori e sistemi di analisi predittiva.
L’obiettivo sarebbe quello di stimare il rischio individuale di sviluppare patologie legate all’età, come demenza, cancro o diabete, trasformando la prevenzione in un processo continuo e personalizzato. Una prospettiva in cui l’invecchiamento diventa un fenomeno computabile, scomponibile in variabili e potenzialmente modificabile.
Un quadro demografico complesso
Tuttavia, questa corsa alla longevità si inserisce in un contesto demografico complesso. Il vecchio continente, e in particolare l’Italia, presenta una delle più alte aspettative di vita ma anche una delle più basse quote di popolazione giovane.
Secondo dati riportati dal quotidiano Avvenire, l’età media in cui si manifestano le prime patologie croniche si attesta intorno ai 58 anni, segnando una distanza significativa tra longevità e qualità della vita. È qui che emerge un paradosso: mentre il progresso scientifico avanza, le sue applicazioni più sofisticate rischiano di rimanere appannaggio di una cerchia ristretta.
Figure come Peter Thiel, Elon Musk o, ancora, Jeff Bezos incarnano il binomio innovazione privilegio. Come evidenziato da Grazia Battiato per Il Tascabile, l’interesse di parte dell’élite tecnologica per strategie radicali di estensione della vita – dalla medicina rigenerativa alla crioconservazione – solleva interrogativi etici e sociali rilevanti.
Come si vivrà la terza età?
Nel contesto italiano, le implicazioni sono particolarmente evidenti. Se la speranza di vita è tra le più alte al mondo, quella in buona salute si riduce drasticamente, con conseguenze dirette sulla qualità della vita e sul carico assistenziale delle famiglie. Come si vivrà, dunque, una terza età sempre più lunga? E soprattutto: chi potrà permettersi di viverla in condizioni ottimali?
Il rischio è che il progresso scientifico entri in contraddizione con le politiche pubbliche. Un allungamento significativo della vita potrebbe mettere sotto pressione sistemi già fragili, come quello pensionistico, aprendo scenari distopici in cui il ricambio generazionale risulta compromesso e rischiando di accentuare disuguaglianze già esistenti, trasformando la longevità in un privilegio anziché in un diritto condiviso.
Forse, allora, il sogno di Dorian Gray continua a parlarci proprio perché resta irrealizzabile nella sua forma più radicale. O, come suggerisce con ironia un versetto evangelico: “Il mio regno non è di questo mondo” (Giovanni 18:36). La vita eterna, almeno per ora, sembra destinata a rimanere altrove.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

