Fino a pochi decenni fa, esercitare contemporaneamente più attività lavorative era considerato un segno di intraprendenza.
Tornando indietro nel tempo, non è difficile immaginare i nostri nonni impegnati in diverse attività lavorative, immersi in un contesto culturale in cui il ritmo della vita era scandito dai cicli della natura, il lavoro aveva un valore collettivo e il senso di comunità rappresentava una parte fondamentale dell’esistenza quotidiana.
Oggi quel modello non è più attraente come si possa pensare e il c.d. “Polyworking” rappresenta per lo più un simbolo di precarietà diffusa.
Chi decide di esercitare due o più attività lavorative lo fa, probabilmente, perché spinto dal desiderio di incrementare il proprio reddito personale e di raggiungere una maggiore sicurezza finanziaria, in un contesto spesso caratterizzato da incertezza occupazionale e prospettive non a lungo termine.
Verso economie meno “multi-lavoro”
Dalla lettura di un recente articolo de “Lavoce.info” di Francesco Armillei, emerge un’analisi dell’ultimo rapporto Istat sui lavori multipli. In particolare, nel 2024 in Italia, “solo lo 0,8 % dei lavoratori dipendenti svolgeva un secondo lavoro, un valore inferiore della metà rispetto all’1,7 % del 2008.
Tra i pochi multi-occupati gran parte di questi svolge per lo più attività di tipo part-time, mentre altri svolgono attività di tipo intellettuale (es. professionisti) unitamente ad attività non qualificate.
È così che dedicarsi ad uno sforzo extra non è più una prerogativa: lavorare di più, oggi, non necessariamente significa migliorare la propria posizione sociale, al contrario, il doppio lavoro è percepito come un sovraccarico cognitivo e fisico.
Ciò dimostra in qualche modo un cambiamento generazionale poiché, rispetto al passato, la cultura contemporanea tende a rifiutare il mito dell’iperproduttività a tutti i costi e l’idea di sacrificare il proprio tempo libero, le relazioni umane o la salute mentale per un secondo reddito.
Il ruolo del lavoro nell’era dell’ereditocrazia
In parallelo alla diminuzione di “multi-lavoratori”, la società occidentale sta assistendo al consolidarsi di una nuova forma di ereditocrazia: si tratta del fenomeno secondo cui il potere e il benessere economico deriverebbero, per lo più, da fattori ereditari e dal patrimonio familiare piuttosto che dal merito e dall’impegno sul lavoro e nella vita privata.
A parlarne è il The Economist con l’articolo dal titolo Inheriting is becoming nearly as important as working che sottolinea come sempre più persone, in futuro, erediteranno ingenti somme di denaro; fino a 6 miliardi di dollari nel solo anno 2025.
In generale, la possibilità di migliorare la propria condizione economica attraverso il lavoro e lo studio si è drasticamente ridotta, mentre le ricchezze si concentrano nelle mani di chi già le possiede o le ha ereditate.
A ciò si accompagnano aliquote per lo più inferiori alla media sulle imposte di successione in molti Paesi europei, contribuendo così a una maggiore concentrazione ereditaria.
La contrapposizione tra doppio lavoro ed ereditocrazia riflette quindi una frattura profonda. Da una parte, le nuove generazioni si reputano pronte a rifiutare l’idea di una “gavetta infinita”, preferendo abbracciare modelli di lavoro diversi, più equi e sostenibili e dall’altra si fa strada un sistema in cui la trasmissione di patrimonio appare un canale più efficace per salire la scala sociale.
Valeria Cappellano
La Rocca e Associati S.p.A.

