Disagio retributivo

Ho avuto il piacere di parlare a una platea di imprenditori ed esperti delle risorse umane, in occasione del convegno organizzato da Inaz dal titolo “Non ho l’età, anzi sì”, che ha affrontato l’attualità del problema della diversità generazionale. Sollecitato dal magistrale Andrea Pancani, che ha moderato il convegno, ho parlato per la prima volta pubblicamente di disagio retributivo.

Quando parlo di disagio retributivo non sto abusando del termine disagio, perché quello che voglio rappresentare è una situazione in cui il problema di una retribuzione non adeguata si ripercuote negativamente sulla vita personale e sociale di un individuo, ledendo la sua libertà e dignità. Ci sono categorie di lavoratori nel nostro paese che vivono una situazione di squilibrio dato da retribuzioni che non appaiono coerenti con il contesto economico. Tale situazione fa vivere sulla propria pelle il peso di uno stipendio inadeguato, che non basta a coprire i bisogni fondamentali, che non riconosce il valore del lavoro, ledendo così i principi costituzionali di equità e sufficienza della retribuzione e di esistenza libera e dignitosa, sanciti dall’art. 36.

Il problema retributivo, purtroppo, nel Paese è sempre più presente. Non mancano nella stampa, specializzata e non, approfondimenti che ci raccontano che le retribuzioni faticano a ritrovare il valore reale rispetto a 20 anni fa. Il rapporto ILO 2025 sullo stato di salute delle retribuzioni in Italia rappresenta questa fatica, che si sta riverberando in maniera più forte sui lavoratori più deboli, alimentando questa nuova forma di disagio legato alla retribuzione percepita.

Troppo spesso abbiamo sentito il Governo schermarsi dietro il rispetto del ruolo della contrattazione collettiva per giustificare l’assenza un doveroso intervento in materia di salari. Bisogna però evidenziare che il Paese soffre da tempo dell’assenza di una norma chiara sulla rappresentatività dei soggetti che sottoscrivono i contratti collettivi di lavoro.

Questa assenza ha portato il proliferare di contratti collettivi, tra i quali quelli che un tempo il Ministero del Lavoro aveva il coraggio di definire contratti pirata. Questi contratti collettivi che continuerò a definire pirata con buona pace di tutti, non portano le firme delle parti sociali sicuramente più rappresentative, ma spesso sono sottoscritti da associazioni sindacali semi-sconosciute; la loro esistenza sembra giustificata dall’unico scopo di diminuire le garanzie per i lavoratori, non solo sul piano della mera retribuzione, ma anche sul piano normativo, incidendo positivamente solo sul costo del lavoro, che di conseguenza si abbassa (aprendo anche un tema di dumping salariale all’interno del Paese).

Visto che appare difficile un intervento strutturalmente risolutivo da parte dell’attuale Legislatore, si potrebbe scegliere la strada di un intervento mirato per fissare per legge, per un periodo limitato, una serie di “regole del gioco” uguali per tutti, nonché un sistema temporaneo di rivalutazione delle retribuzioni legato all’inflazione e a una completa detassazione di tali aumenti. Dopo un periodo di tempo si potrebbe tornare a un sistema in cui la contrattazione collettiva riprenda il pieno controllo, ripartendo però da una situazione di base con molti meno squilibri.

Sarà in grado l’attuale Governo di affrontare la sfida del disagio retributivo?

Daniele La Rocca
Direttore responsabile di 7grammilavoro.com
Presidente della società La Rocca e Associati S.p.A.

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