L’Italia come il Giappone
I Dinks. I felici senza figli. “Double income, no kids” sono loro il retropensiero culturale dell’inverno demografico. Ce lo dice, anzi scrive, Maurizio Ferrera in “Le nascite in calo e perché’ – sul Corriere della sera.
Fatti due conti, tracciati i connotati. Un fondamentale: viene sfatato uno dei miti più radicati della nostra cultura, quello secondo cui sono i figli e la famiglia allargata a rendere piena la vita.
Dinks, descritti come le persone più istruite, occupate, con alto reddito. Una quota di felici senza figli trasversale tra fasce socio-economiche. Ferrera ci scrive, convinto che le sfide più visibili non siano solo le guerre e nuovi ordini mondiali ma anche quelle che bruciano a fuoco lento e che avranno effetti dirompenti.
“Fra queste spicca il mutamento demografico, e in particolare il calo della natalità. Difficoltà economiche e mancanza di servizi (in particolare asili nido) scoraggiano le coppie italiane dal procreare. Fra le donne oggi cinquantenni, la percentuale di quelle che non hanno avuto figli è vicina al 25% (una su quattro). Solo il Giappone ci supera”. Però li i servizi eccome se ci sono.
“È una tendenza destinata ad aumentare. Il fatto nuovo è la crescita di donne che decidono deliberatamente di non diventare madri. La denatalità si trasforma in una scelta consapevole. Ci troviamo di fronte a un profondo cambiamento culturale: la genitorialità non è più vista dai giovani come condizione fondamentale per la realizzazione di sé e della coppia. Moltissimi giovani pensano che la procreazione debba potersi combinare con il successo professionale e altre aspirazioni. Una quota significativa dice esplicitamente che i figli non valgono la pena, impongono troppi sacrifici su altre dimensioni importanti della vita”. Una rivoluzione.

