“La questione demografica investe il profondo e l’inconscio di ogni società”.
In Italia
Negli ultimi decenni, l’Italia ha visto un calo preoccupante del numero dei bambini nati, emerge anche dal report elaborato dal CNEL dal titolo “Rapporto democrazia e forza lavoro” e sembra che il paese stia attraversando una stagione di inverno demografico.
La paura è quella dei riflessi drastici e degli impatti sociali, dei riflessi sull’economia.
Anche i dati forniti dall’Istat lo scorso ottobre rilevano che in Italia nel 2023 sono stati registrati all’anagrafe circa 298.000 nuovi nati, un numero molto inferiore rispetto ai 576.000 del 2008.
Il trend dura da oltre un decennio e ci fa arrivare a uno dei tassi di natalità più bassi, con un totale di circa 1,2 figli per donna.
In tutta l’Europa meridionale i tassi di fertilità sono i più bassi in assoluto, tra 1,1 e 1,4 figli per donna in Portogallo, Spagna, Italia, Grecia e Cipro.
Per fare un esempio nel 2022 un calo delle nascite, scese a 393.997 rispetto alle 401.087 registrate nel 2021 e le 404.260 del 2020.
In parte è un effetto del cambiamento della struttura per età della popolazione femminile e, in parte, è un effetto della diminuzione della inclinazione ad avere figli (Fonte: rapporto “Certificato di assistenza al parto (CeDAP) – Analisi dell’evento nascita – Anno 2022” pubblicato a ottobre 2023 dall’Ufficio di Statistica del Ministero della Salute).
Il concetto di fare meno figli si lega nell’immaginario collettivo all’indebolimento, al declino.
Soprattutto sommando i dati relativi alla decrescita della parte della popolazione legata al concetto di sviluppo ai dati relativi all’aspettativa di vita e all’aumento degli over 60 e degli anziani.
Sul piano della forza lavoro il numero complessivo di occupati nella fascia tra i 35 e i 50 anni è sceso da 10,5 milioni nel 2014 a 8,8 milioni del 2024, mentre l’incidenza degli occupati over 50 è aumentata radicalmente anche a seguito dello spostamento in avanti dell’età pensionabile.
Rimane sempre arduo interpretare i dati.
“Sembrano una sorta di Olimpiadi sociali, possono essere traslati a simbolo di declino o successo, arretratezza o progresso, toccando sentimenti e idee che hanno radici nella storia e nella psicologia collettiva”.
B come bambini, I come invisibili
“Ecco perché la crisi demografica è un’opportunità”.
Questa è l’idea di Milena Gabanelli che nell’inchiesta giornalistica realizzata insieme a Francesco Tortora per il Corriera della Sera sostiene che “Il crollo delle nascite salverà il mondo”.
La Gabanelli parte dal “rapporto dell’ONU Word Population Prospects 2024.
Dal rapporto emerge che “la popolazione terrestre continuerà a crescere, potendo raggiungere un picco di 10 miliardi nei prossimi 50 o 60 anni contro gli attuali 8,2 miliardi del 2024.
Tuttavia, dopo il picco, la popolazione globale inizierà a diminuire gradualmente entro la fine del secolo a causa dell’intensificarsi di alcuni fattori; tra questi, l’aumento dell’aspettativa di vita globale (da 73,3 anni nel 2024 a 79 anni nel prossimo ventennio) la diminuzione dei livelli di fertilità (attualmente pari a 2,25 nati vivi per donna,1 in calo rispetto ai nati del 1990) e il crollo della sicurezza familiare e abitativa”.
Alcuni paesi e popolazioni fanno la parte del leone nella crescita demografica, tradizionalmente l’Asia e l’Africa.
Ma secondo il rapporto Unicef, The Right Start in Life: Global levels and trends in birth registration, 2024 update un forte numero di bambini rimane invisibile. Questa realtà riguarda in particolare proprio l’Africa e l’Asia.
Il report dello scorso dicembre riporta gli ultimi aggiornamenti sul numero di bambini registrati (sembra il 75% per cento) mentre 150 milioni di bambini sotto i cinque anni rimangono non registrati ai sistemi governativi.
Se per tutti i Paesi l’obiettivo è dare un nome e un volto ai bambini, l’emergere del dati sommersi nei prossimi anni potrebbe cambiare tutto.
E fare una vera rivoluzione.

