Partire da una mappa per parlare di potere non è un artificio retorico. Lo ha mostrato Inps (l’Information et le débat), giornale dell’altopiano di Millevaches, pubblicando una mappa sulle dinamiche forestali del territorio (Internazionale). Non una carta “descrittiva”, ma un’azione di disturbo: la rappresentazione metteva in primo piano la progressiva industrializzazione delle foreste. Lo scopo del progetto, infatti, era quella di costringere a vedere ciò che normalmente resta sullo sfondo.
È da qui che si può iniziare a ragionare sulle mappe come dispositivi cognitivi tutt’altro che neutrali. Le mappe non si limitano a rappresentare il mondo: lo selezionano, lo ordinano, lo gerarchizzano.
Cos’è la contro-cartografia?
In questo solco si inserisce il concetto di contro-cartografia, formulato nel 1995 dalla sociologa statunitense Nancy Lee Peluso. La contro-cartografia pur utilizzando gli stessi strumenti della cartografia istituzionale (rilievi, dati, scale, sistemi di riferimento), si orienta verso un altro scopo, quello di rendere visibili relazioni di potere e diritti non del tutto tutelati. La sua volontà sta proprio nel portare in primo piano dimensioni che altrimenti resterebbero opache.
Da qui prende forma una tesi condivisa nelle scienze sociali: le mappe non sono strumenti neutri, ma costruzioni, inserite e plasmate da contesti politici, economici e culturali. Un esempio emblematico è quello di Google Maps che, all’inizio dell’anno scorso, ha annunciato la sostituzione della denominazione “Golfo del Messico” con “Golfo d’America” per gli utenti statunitensi. La decisione di Google è stata presa per adeguare il servizio a un ordine esecutivo emanato da Donald Trump, che imponeva alle istituzioni federali di adottare ufficialmente la nuova denominazione per riferirsi a quel tratto di mare (The Washington Post).
Le mappe come dispositivi di consapevolezza
Alcuni esempi recenti aiutano a cogliere questa funzione rivelatrice delle mappe perché in grado di far emergere ciò che resta disperso nei dati generali. In ambito ambientale, la prima mappa dello stato di contaminazione dei ghiacciai, pubblicata dall’Università di Milano, non si limita a indicare livelli di inquinamento, ma racconta una storia più ampia. I ghiacciai diventano testimoni di un’impronta umana pervasiva: dagli elementi chimici depositati dall’industria fino alle microplastiche trasportate dal vento e dall’acqua. La mappa costringe a confrontarsi con un paesaggio apparentemente incontaminato che in realtà porta i segni della modernità, ribaltando così l’immaginario romantico della natura “vergine”.
Nel contesto urbano, le mappe sugli affitti brevi, diffuse da il Post, non si limitano a contabilizzare appartamenti disponibili o prezzi medi: rendono visibile la trasformazione dei quartieri storici e l’impatto sociale. Le mappe traducono la sensazione diffusa di un cambiamento, mostrando dove il turismo temporaneo ridefinisce l’accesso alla città.
Ancora più rilevante è la rappresentazione delle disuguaglianze urbane: le mappe del disagio nelle grandi città delineano una geografia tangibile della povertà e della marginalizzazione sociale. L’Istat ha pubblicato, per la prima volta, dati estremamente dettagliati che individuano le aree delle principali città italiane caratterizzate da un elevato disagio economico e sociale. La mappatura, che integra indicatori sociali, educativi e sanitari a livello di quartiere, traduce visivamente la distribuzione spaziale delle disuguaglianze, mettendo in luce territori che altrimenti resterebbero ai margini dell’attenzione collettiva.
In tutti questi casi, la mappa diviene dispositivo di consapevolezza, una presa di posizione. Pur non avendo un impatto diretto sulla realtà materiale, le mappe incidono sui nostri quadri cognitivi attraverso le modalità con cui lo spazio viene percepito e abitato.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

