Il tramonto della Seo?
In un articolo pubblicato su Il Foglio, Marco Bardazzi osserva come i tradizionali meccanismi della SEO (Search Engine Optimization) stiano perdendo terreno, sostituiti dalla nuova logica del clic dell’intelligenza artificiale. Oggi non è più sufficiente ottimizzare testi per ingannare gli algoritmi dei motori di ricerca: il traffico generato dall’AI tende a privilegiare i contenuti verificabili, documentati e scritti da fonti autorevoli, premiando chi produce informazioni realmente affidabili piuttosto che chi si limita a manipolare parole chiave o titoli accattivanti.
Si legge: «È finita la schiavitù dei titoli infarciti di parole chiave scelte per sedurre il motore di ricerca, dei tag e delle keyword […] in una battaglia basata solo su quantità e traffico»: così, l’era della SEO tramonta, lasciando spazio a quella dell’AIO (Artificial Intelligence Optimization), dove a prevalere saranno le fonti che l’intelligenza artificiale considererà più credibili e autorevoli.
Nuovi processi di produzione e di gestione della conoscenza
Eppure, un quesito rimane aperto: come elaborare testi più credibili e autorevoli? L’ingresso dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) non ha soltanto ridefinito il modo in cui cerchiamo e consumiamo informazioni, ma ha anche trasformato in profondità i processi stessi di produzione e gestione della conoscenza.
Come osserva un’analisi pubblicata da Agenda Digitale, queste tecnologie non si limitano a riorganizzare i flussi informativi, ma incidono sul concetto stesso di autorialità, sulla filiera della verifica e sul valore del contenuto in un ecosistema sempre più mediato dalle macchine.
Tuttavia, l’affidabilità dei contenuti generati o mediati dall’intelligenza artificiale non è affatto scontata. Uno dei fenomeni più discussi, noto come “allucinazione”, riguarda la tendenza dei modelli linguistici a inventare informazioni plausibili ma false, presentandole con un tono di assoluta sicurezza. È l’effetto collaterale del cosiddetto biasdell’infallibilità della macchina: la percezione diffusa che ciò che proviene da un sistema algoritmico debba essere per definizione corretto.
In realtà, gli LLM non “conoscono” nel senso umano del termine, ma predicono parole sulla base di probabilità statistiche. Quando mancano dati adeguati o contestuali, la macchina colma i vuoti con inferenze verosimili – “allucinazioni”, appunto – generando contenuti che possono apparire coerenti ma che spesso sono imprecisi o del tutto errati.
Temere l’atrofia mentale: lo studio del MIT
Non solo. L’uso eccessivo e acritico dell’intelligenza artificiale può portare a una progressiva atrofia mentale, ovvero le capacità cognitive individuali si indeboliscono a causa della dipendenza dai sistemi automatizzati di pensiero e di decisione.
Il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha recentemente condotto uno studio approfondito su questo rischio, utilizzando un approccio multi-metodo: l’esperimento ha coinvolto 54 studenti universitari dell’area di Boston, suddivisi in tre gruppi: uno ha utilizzato ChatGPT, uno un motore di ricerca tradizionale e uno si è affidato solo alle proprie capacità (Brain-only). Attraverso misurazioni EEG (elettroencefalografico) durante la stesura di saggi, i ricercatori hanno osservato un chiaro gradiente: la connettività cerebrale diminuiva con l’aumentare del supporto esterno.
Il gruppo Brain-only mostrava le reti neurali più attive, quello del motore di ricerca un’attività intermedia, mentre il gruppo ChatGPT registrava la riduzione più marcata e progressiva della connettività. Questo fenomeno, definito come una forma di “pilotaggio automatico cognitivo”, indica un progressivo disimpegno mentale dovuto alla dipendenza dagli strumenti di intelligenza artificiale.
L’intelligenza condivisa
E proprio qui si apre una prospettiva più ottimistica: come suggerisce Ethan Mollick in L’intelligenza condivisa (LUISS, 2025), la sfida non consiste nel temere l’intelligenza artificiale, ma nel saperla integrare come alleata del pensiero umano. La tecnologia, se utilizzata con consapevolezza, non sostituisce la nostra mente, ma la potenzia.
In questa chiave, l’AI diventa uno strumento per ampliare l’intelligenza collettiva, trasformando la dipendenza potenzialmente passiva in una collaborazione attiva e produttiva. La vera sfida, dunque, non è resistere al cambiamento, ma imparare a guidarlo, sviluppando capacità di giudizio e senso critico che rimangano saldamente – speriamo – nelle mani dell’essere umano.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

