Il termine longevità – dal latino longaevĭtas –atis -indica la durata della vita degli organismi oltre il limite medio (Fonte: Treccani). Ecco, quel limite medio viene oggi sfidato dalle grandi aziende che si vedono protagoniste di investimenti a cifre sempre più ingenti nel settore R&S (Ricerca e Sviluppo) per rallentare l’invecchiamento e, in prospettiva, allungare la vita umana.
Google, con la sua controllata Calico, ha avviato progetti di ricerca per studiare i meccanismi biologici dell’invecchiamento. Jeff Bezos e altri big della Silicon Valley hanno finanziato Altos Labs, una startup biotech che punta a ringiovanire le cellule umane. Anche Nvidia, il colosso dei chip, è coinvolto nello sviluppo di intelligenze artificiali applicate alla medicina predittiva, con l’obiettivo di prevenire le patologie dell’età avanzata (Fonte: The top 11 longevity companies leading the quest for life extension). Ciò che si prospetta, dunque, è un futuro in cui la morte diventa un evento sempre più negoziabile e differibile.
Vivere di più o vivere meglio?
Eppure, l’entusiasmo che accompagna questo progresso tecnologico è affiancato da interrogativi ineludibili proprio perché vivere di più e vivere meglio non sempre concorrono a formare un’equivalenza armoniosa. In Italia la famiglia monopersonale – composta da una sola persona – rappresenta un terzo del totale. Altro dato essenziale: si vive più a lungo in quasi tutte le fasce d’età, ma a farlo sono soprattutto gli anziani. Il Rapporto Annuale 2025 Istat afferma che quasi il 40% delle persone con più di 75 anni vive da sola, e nella maggior parte dei casi si tratta di donne (Fonte: Istat). Inoltre, la solitudine ha dischiarato più volte l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) durante la pandemia, costituisce un fattore di rischio paragonabile al fumo o all’obesità. Il quadro, infine, risulta ulteriormente complicato da patologie croniche, difficoltà motorie o ancora dall’accesso limitato ai servizi di assistenza e di cura.
È in questo contesto che il cohousing si propone come una soluzione abitativa innovativa e originale, capace non solo di rispondere a nuove esigenze di convivenza, ma anche di contrastare l’isolamento involontario, soprattutto nelle fasce più anziane della popolazione. Nato in Danimarca verso la fine degli anni ’60, la coabitazione si basa sulla volontà di gruppi di persone che scelgono di vivere in unità abitative private con spazi e servizi condivisi – cucine comuni, sale per il tempo libero, orti e lavanderie – incentivando e valorizzando così la collaborazione, il mutuo soccorso, la comunità.
La realtà delle comunità intenzionali
Una testimonianza significativa e tangibile di questa realtà è stata intercettata dal programma radiofonico Il Tuffo di Radio 3, che ha raccolto le voci di Piera, Amy e Bruna: tutte e quattro coabitano con altri otto nuclei familiari, condividendo ambienti comuni e bisogni quotidiani. Questa forma esperienziale di coabitazione, oltre a essere intenzionale, presenta un secondo tratto non trascurabile: è anche intergenerazionale. Nel condominio situato nel cuore di Porta Palazzo, a Torino, si riproduce una società in miniatura con anziani, adulti, ragazzi e bambini, ognuno con un proprio ruolo. Tali ruoli si traducono in: aiuto-compiti per i più piccoli, consulenza informatica per i più grandi e interventi di manutenzione sia sull’abitazione sia sugli abiti.
Il cohousing, oltre ad affrontare il tema dell’invecchiamento, offre anche una risposta all’emergenza abitativa: secondo gli ultimi dati Istat disponibili, risalenti al 2021, in Italia ci sono circa 10 milioni di abitazioni non occupate su un totale di oltre 35 milioni. In pratica, circa una casa su tre risulta vuota (Fonte: Istat). Sempre più persone – giovani precari, famiglie monoreddito, migranti – faticano ad accedere a una casa dignitosa. Investire sulla longevità è una sfida affascinante, ma non può prescindere dalla seguente domanda essenziale: che tipo di vita vogliamo vivere più a lungo?
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

