Fin da quando Virginia Woolf scriveva nel suo celebre saggio letterario Una stanza tutta per sé (1929) che «una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé» per poter davvero esprimersi, abbiamo imparato a leggere lo spazio privato come un tessuto fondamentale dell’identità. La stanza non è soltanto un involucro fisico, ma una dimensione intima e soggettiva.
Il progetto fotografico American Bedroom
In questo senso, il progetto fotografico di Barbara Peacock ha una valenza non solo documentaria, ma quasi poetica. Per sette anni, la fotografa statunitense ha viaggiato attraverso gli Stati Uniti entrando nelle camere da letto delle persone comuni. Il suo progetto – raccontato da Internazionale – dal titolo American Bedroom non è semplicemente una raccolta di ritratti: è una forma di antropologia delicata e profonda, dove ogni letto disordinato e ogni filo di luce diventano una testimonianza dello spazio interiore dei suoi soggetti.
In uno degli scatti, ad esempio, la fotografa ritrae le figlie di Jamie, 44 anni, nella loro camera dell’Idaho: della serie emerge un legame familiare che fa da ancora in un mondo che «gira sempre più in fretta», come racconta la madre. In un’altra immagine, la famiglia Kalatas di Portland (nel Maine) – tra le difficoltà legate all’autismo – posa sul lettone: per loro, la camera è il centro del mondo, il luogo dove «ogni notte ci ricongiungiamo». Ogni ritratto è, infatti, accompagnato dalle parole dei soggetti.
Il luogo che «dà identità»
«La camera da letto non è solo un posto privato, è un posto sacro. È una specie di santuario dedicato alle nostre vite», chiosa la fotografa nella sua introduzione. Alla fine, ciò che emerge da American Bedroom è l’idea che la stanza sia uno specchio sociale oltre che personale. Scrive, infatti, l’antropologa Carla Pasquinelli nel suo libro La vertigine dell’ordine: il rapporto tra sé e la casa (Baldini Castoldi, 2004): «il luogo non solo ha identità ma dà identità».
Forse è proprio questo il merito più grande del progetto: ricordarci che l’identità non è mai solo un fatto psicologico o narrativo, ma anche un fatto spaziale. Siamo, in parte, i luoghi che abitiamo. E guardando queste camere – fragili, imperfette e disordinate – comprendiamo quanto ognuno di noi abbia bisogno di un angolo in cui riconoscersi e raccontarsi.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

