Caro benzina: quando chi muove il Paese si ferma

Basta entrare in un supermercato o fermarsi a un distributore del Sud per accorgersene: banchi vuoti, pompe di carburante a secco. È l’effetto della protesta di chi aspetta aiuti che non arrivano. Tra il 17 e il 18 ottobre i volontari di Consumerismo No Profit hanno documentato la mancanza di prodotti in supermercati e mercati di Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e Lazio (Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2026), mentre in Campania, secondo Confesercenti, la grande distribuzione lavorava con gli scaffali pieni solo a metà. E il fenomeno, con il passare dei giorni, rischia di estendersi ad altre regioni.

A protestare sono lavoratori che da giorni presidiano, in modo in gran parte pacifico, strade, caselli, statali e piattaforme logistiche del Mezzogiorno: piccole imprese di autotrasporto e agricoltori, a cui negli ultimi giorni si sono uniti anche i pescatori (il manifesto, 21 ottobre 2026). Sono tra le categorie più esposte al caro carburante, esploso con la crisi petrolifera legata alla chiusura dello stretto di Hormuz.

Per lo più si tratta di lavoratori autonomi, per i cui bilanci il prezzo del gasolio è ormai insostenibile. La politica ha risposto promettendo nuovi fondi per il settore, senza riuscire, ad oggi, a fermare la mobilitazione. Camionisti e agricoltori, però, sono anelli di una filiera, e quando si fermano il colpo si propaga ben oltre la loro categoria. Accanto al tema complesso di come qualificare giuridicamente un’astensione che non è uno sciopero in senso classico, si apre allora un altro interrogativo: che riflessi avrà la protesta sui lavoratori dipendenti, dentro e fuori dalle imprese coinvolte, che si ritroveranno senza lavoro?

Le ragioni della protesta

Gasolio a 2,30 euro al litro, mille euro in più per ogni pieno: per chi vive sul camion lavorare è diventato insostenibile. In Sicilia il Comitato Trasportatori Siciliani ha chiesto un taglio di 30-40 centesimi al litro, mentre in Puglia il presidio di Poggio Imperiale, davanti al casello dell’A14, è diventato il simbolo della saldatura tra tir e trattori (Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2026).

Sui fondi, però, i conti non tornano. Stefano Feltri, nel suo podcast Revolution del 19 ottobre 2026, sempre su Radio 3, ricorda che il governo ha già approvato un credito d’imposta da 435 milioni di euro per il periodo marzo-ottobre e che mancano solo gli ultimi passaggi amministrativi. Dal lato delle imprese, Paolo Uggè, presidente di Unatras, intervenuto a Tutta la città ne parla, riconosce che le risorse concordate a Palazzo Chigi il 22 maggio sono state stanziate, ma spiega che non sono ancora arrivate, mentre il prezzo del gasolio continuava a salire. Il manifesto, invece, parla di fondi parziali e in ritardo. Nel mezzo c’è la legge di bilancio, dove si deciderà se prorogare queste misure oltre ottobre.

Autonomi sulla carta, sono però spesso «economicamente dipendenti» da committenti forti, come la grande distribuzione. Lo racconta senza giri di parole un autotrasportatore intervenuto in diretta nella stessa trasmissione da un presidio nel Crotonese: «qui stiamo fallendo». E spiega perché: nessun committente fa un contratto e i colleghi si fanno concorrenza al ribasso. Le sue richieste sono un prezzo del gasolio «che ci fa lavorare» e contratti equi con i committenti, la stessa linea delle associazioni, che chiedono alla committenza di riconoscere i costi minimi della sicurezza previsti dalla legge. Per gli agricoltori pugliesi, invece, al rincaro dell’energia si somma il crollo del prezzo dell’olio d’oliva, sceso del 53% in un anno secondo Feltri.

La categoria è frammentata anche nella rappresentanza e nelle richieste. Lo dimostrano lo scontro tra le sigle siciliane sulla riapertura dei collegamenti attraverso lo Stretto e, al porto di Gioia Tauro, la richiesta di una consulta permanente per un settore che si sente sottorappresentato.

Sciopero, serrata o reato?

Lo sciopero, nel nostro ordinamento, è un diritto costituzionalmente garantito: l’articolo 40 della Costituzione stabilisce che «il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano». La norma, però, non dice chi ne sia titolare: è una formula aperta, che non riserva espressamente lo sciopero ai soli lavoratori dipendenti, pur restando, nella sua ispirazione, lo strumento con cui la parte debole del rapporto di lavoro può far pesare le proprie ragioni. Un imprenditore che si ferma, in teoria, fa invece una serrata. Nel tempo, però, si è affermata l’idea che il piccolo autonomo che lavora in prima persona, senza dipendenti, quando si astiene insieme ai colleghi eserciti una forma di sciopero: si pensi, appunto, al piccolo autotrasportatore che si astiene dalla propria attività.

Non è comunque una libertà senza limiti. Anche per gli autonomi valgono le regole pensate per gli scioperi che toccano servizi essenziali: preavviso, durata stabilita in anticipo, garanzia dei beni indispensabili. Lo ha ricordato, sempre a Tutta la città ne parla, Vincenzo Martinelli, presidente di Italmopa, l’associazione degli industriali mugnai. Il diritto di manifestare va rispettato, ha detto, ma questa protesta è stata indetta in autonomia, senza i preavvisi che servono anche alle aziende per organizzarsi. Un dettaglio di cronaca mostra quanto la logica dei beni indispensabili sia entrata nel senso comune della categoria. Il Comitato siciliano ha fatto ripartire il trasporto di frutta e verdura attraverso lo Stretto, per evitare che la merce, soprattutto l’uva, andasse perduta (Il Fatto Quotidiano).

Il blocco della strada, invece, è il punto in cui la protesta smette di essere tutelata. Lo ha ricordato il ministro Lollobrigida, distinguendo la manifestazione, legittima, dall’impedire la distribuzione delle merci, che ha definito un reato (Il Fatto Quotidiano). Feltri, nel suo programma, aggiunge un altro elemento: in alcuni presidi i colleghi che non aderiscono vengono intimiditi e costretti a fermarsi. E i supermercati sguarniti e le merci lasciate deperire sui tir producono danni e inadempimenti contrattuali di cui, osserva, qualcuno dovrà rispondere. È su questo confine che si gioca la partita tra diritto di protestare, libertà di lavorare e ordine pubblico.

Chi paga il conto: lavoratori e welfare dei bonus

La protesta degli autonomi produce comunque effetti a catena anche sul lavoro subordinato, in due direzioni.

A monte, ci sono gli autisti e i magazzinieri delle imprese che aderiscono al fermo. Se è l’impresa a decidere di fermare i camion, il rischio è suo: chi si presenta al lavoro va pagato. Se invece l’impresa è materialmente bloccata dai presidi altrui, può non essere tenuta a retribuire, perché il lavoro è diventato impossibile per cause che non dipendono da lei.

A valle, ci sono i dipendenti di chi la protesta la subisce. Nel Casertano i camionisti hanno bloccato carico e scarico nei magazzini della grande distribuzione dell’area industriale di Carinaro; Confagricoltura Campania segnala raccolti fermi nelle aziende, dopo un’annata già segnata dal clima (Il Fatto Quotidiano).

L’esempio più chiaro dell’effetto domino viene dalla filiera del grano. In Puglia, spiega Martinelli, c’è la maggiore concentrazione di mulini a grano duro, che riforniscono i pastifici di tutta Italia: con i blocchi gli impianti sono fermi da giorni, i pastifici esauriscono le scorte e la pasta rischia di mancare sugli scaffali. Intanto le navi cariche di grano restano ferme in porto, con costi che possono arrivare a 10-20 mila dollari al giorno. Il giornalista Giuseppe Smorto, ospite della stessa trasmissione, aggiunge che Calabria e Basilicata sono regioni agricole in piena raccolta di agrumi e olive: prodotti che rischiano di non arrivare al Nord.

Dietro ogni impianto fermo ci sono lavoratori: mugnai, operai dei pastifici, magazzinieri, addetti alla logistica, braccianti e stagionali. Rischiano di restare senza lavoro, o senza salario, per un conflitto di cui non sono parte. È qui che la questione passa dal diritto sindacale al sistema degli ammortizzatori sociali.

Per loro gli strumenti esistono. La cassa integrazione copre le sospensioni dovute a eventi esterni all’azienda, come la mancanza di merci o materie prime; artigiani e piccole imprese possono ricorrere ai fondi di solidarietà, mentre in agricoltura ci sono la cassa integrazione per gli operai fissi e la disoccupazione agricola per gli stagionali. Per gli autonomi che protestano, invece, la rete è quasi assente: l’ISCRO, la cosiddetta cassa integrazione delle partite Iva, lascia fuori proprio le categorie che stanno protestando.

Così, a ogni crisi, la risposta per gli autonomi arriva sotto forma di ristoro. Le cronache di questi giorni ne offrono un catalogo: il credito d’imposta nazionale sul gasolio, i fondi dell’accordo di maggio ancora fermi negli uffici. Uno strumento strutturale, invece, ancora non c’è. Non è un caso che l’Adoc abbia chiesto al governo interventi strutturali e non misure una tantum (Il Fatto Quotidiano).

Le vicende di questi giorni confermano puntualmente il parere che Elsa Fornero ha espresso sulla politica dei bonus al Festival dell’Economia di Trento, nell’intervento riportato dal Sole 24 Ore.

Per l’ex ministra del Lavoro, la politica dei bonus rivela l’incapacità di costruire strategie di medio periodo: una forma di populismo che, invece di misure trasparenti contro le disuguaglianze, dà a ciascuno, a turno, l’impressione di essere favorito. È questo, secondo Fornero, il malessere che da venticinque anni frena la crescita del Paese. Da qui l’invito a pretendere dalla politica obiettivi di medio e lungo termine.

Sulla stessa linea, a Tutta la città ne parla, la sociologa Chiara Saraceno: con lo sconto sulle accise dell’estate «sono stati buttati via tanti soldi», distribuiti a pioggia invece che alle categorie più essenziali, come gli autotrasportatori. Una scelta che definisce «una miopia per far finta di dar qualcosa a tutti». E a pagare, ricorda citando i dati Istat, sono anche i dipendenti: è in povertà assoluta il 14% delle famiglie operaie e l’8% di quelle di lavoratori dipendenti, gli stessi che a valle della filiera subiscono i blocchi.

Quello che è successo in queste settimane lo dimostra: ogni categoria che scende in strada ottiene, o insegue, il suo ristoro, ma nessuno esce dalla crisi con una tutela stabile: né gli autonomi che protestano, né i dipendenti che ne subiscono gli effetti. E alla prossima crisi, energetica, climatica o geopolitica, il Paese potrà contare su un sistema di tutele più solido e duraturo?

Fonte

Giuseppe Crosta
La Rocca e Associati S.p.A.

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