«Questi debiti son alti alti», canta Giulia Mei in H&M, restituendo il senso di un presente in cui anche chi studia, lavora e prova a costruirsi un futuro può sentirsi intrappolato. La precarietà non è soltanto una questione di reddito: è l’orizzonte di una generazione – se non di una società – che fatica a immaginare una stabilità. E quando la casa, anziché essere un diritto, diventa un asset finanziario, quella precarietà si trasforma in una minaccia concreta: perdere il luogo in cui vivere.
Maricarmen Abascal
È la storia di Maricarmen Abascal, 87 anni, che per quasi settant’anni ha abitato nello stesso appartamento a Madrid, pagando regolarmente l’affitto. Nel 2020, dopo il passaggio dell’immobile a una società immobiliare, le è stato intimato di lasciarlo. La controversia legale si è protratta per anni, fino allo sfratto del 23 settembre 2026: Abascal è stata portata fuori di casa in barella, mentre attivisti e vicini cercavano di opporsi all’esecuzione. La sua pensione non le avrebbe consentito di sostenere un’alternativa proposta a 1.600 euro mensili.
La sua vicenda ha acceso una mobilitazione collettiva. Il 26 settembre decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Madrid: a Puerta del Sol sono comparsi accampamenti e tende, mentre il movimento per il diritto alla casa chiedeva di fermare gli sfratti e contrastare la speculazione.
Dopo giorni di proteste, è stato raggiunto un accordo per restituire ad Abascal l’abitazione con un nuovo contratto e un affitto invariato. Le chiavi sono arrivate il 2 ottobre. Lei, però, non è riuscita a rientrare: ricoverata in ospedale dopo lo sgombero, è morta l’8 ottobre, cinque giorni dopo la firma dell’accordo.
La spada di Damocle
«Vivi con questa spada di Damocle sopra la testa», racconta Franco, una delle voci del podcast Chissà se domani vengono. Storie di sgomberi e lotte per la casa a Milano, scritto da Francesca Bellini ed Emma Besseghini, in uscita a fine ottobre per Altreconomia. La domanda che dà il titolo al progetto “chissà se domani vengono” condensa l’angoscia di chi vive nell’attesa dello sgombero.
Ridurre tutto a una questione economica significa ignorare che l’abitare attraversa ogni dimensione dell’esistenza: salute, istruzione, benessere psicologico e possibilità di sottrarsi alla violenza di genere. La perdita della casa spezza relazioni, allontana dai servizi e rende più difficile immaginare un futuro.
Per questo – continuano le due autrici – non basta trattare gli sfratti come una questione di ordine pubblico: occorre interrogarsi sulle politiche abitative, sulla funzione sociale del patrimonio pubblico e sui limiti di un mercato che assegna valore agli immobili senza garantire a tutti un luogo in cui vivere (Altreconomia).
Se vivere sotto un tetto diventa una condizione precaria, il diritto all’abitare scivola lungo un piano inclinato: un diritto smantellato.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

