Che cosa resta della famiglia quando smette di essere un “porto sicuro”? È da questa domanda che prende avvio Un desiderio smisurato di amicizia di Hélène Giannecchini, pubblicato da Iperborea nell’aprile 2026.
Più che un saggio tradizionale, il libro è un «reportage filosofico» e, insieme, un album di famiglia queer: un intreccio di autobiografia, ricerca d’archivio e riflessione politica sull’amicizia come possibile forma di vita.
La domanda dell’autrice non è soltanto teorica: ce lo racconta l’autobiografia dell’autrice. Giannecchini è cresciuta con una madre, due padri e una loro amica; la sua genealogia affettiva, dunque, precede già la distinzione fra famiglia biologica e famiglia elettiva.
Da qui nasce una ricerca che attraversa fotografie trovate nei mercatini parigini e archivi della comunità LGBT+. Giannecchini recupera soprattutto le immagini di Donna Gottschalk e le vicende di persone che la storia ufficiale – si direbbe – ha lasciato ai margini. L’archivio diventa così una genealogia alternativa: dove mancano i documenti, la scrittura può immaginare, senza nascondere il vuoto e la violenza che quel vuoto testimonia.
Chosen family
È precisamente in questo spazio che si colloca la chosen family, la «famiglia scelta»: legami di amicizia, cura e solidarietà che possono affiancare o sostituire quelli biologici e/o giuridici. La pratica si sviluppa soprattutto nelle comunità gay e lesbiche tra gli anni Settanta e Ottanta, anche come risposta al rifiuto delle famiglie d’origine e, durante l’epidemia di AIDS, alla necessità concreta di costruire reti di assistenza e sopravvivenza. Il concetto troverà una sistematizzazione fondamentale nel 1991 con Families We Choose dell’antropologa Kath Weston.
Ma l’idea che la famiglia possa essere anche una struttura di oppressione ha radici ancora precedenti. Nel 1971 David Cooper, figura centrale dell’antipsichiatria britannica accanto a R.D. Laing, pubblica The Death of the Family, tradotto in Italia da Einaudi nel 1972 con il titolo La morte della famiglia. Cooper mette sotto accusa la famiglia nucleare borghese come dispositivo di normalizzazione, proprio perché quel luogo – che dovrebbe proteggere – può diventare il primo spazio in cui si imparano obbedienza, gerarchia e repressione.
Cinquant’anni dopo, sia la provocazione di Cooper sia la ricerca di Giannecchini sembrano incontrarsi: forse, la famiglia del futuro non sarà un modello da sostituire con un altro, ma un verbo da coniugare: scegliere, curare, liberare.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

