I primi risultati dell’analisi sul rapporto tra lavoro da remoto e permanenza al lavoro nelle età prossime al pensionamento mostrano che una maggiore flessibilità organizzativa si associa a comportamenti osservabili di prosecuzione dell’attività lavorativa, e non a una più rapida uscita dall’occupazione. Le prime evidenze dell’analisi, condotta su un campione di lavoratori privati non agricoli di età compresa tra 50 e 74 anni nel quadriennio 2020-2024, sono eterogenee.
Non si diventa anziani a 65 anni. L’invecchiamento della popolazione viene prevalentemente descritto come un problema, associato a pressioni sulla spesa pensionistica, carenze di forza lavoro e aumento dei costi sanitari. Questa rappresentazione si fonda in larga misura su indicatori demografici statici e su una definizione rigida dell’età anziana, tipicamente fissata a 65 anni.
Una lettura più dinamica suggerisce di interpretare l’invecchiamento non solo come una sfida, ma come una trasformazione strutturale, attraverso indicatori prospettici che definiscono l’ingresso nell’età anziana non esclusivamente sulla base degli anni già vissuti, ma della speranza di vita residua, tenendo conto dei progressi nella sopravvivenza e nelle condizioni di salute. In questa prospettiva, la maggiore longevità non rappresenta soltanto una fonte di pressione sui sistemi di welfare, ma anche una trasformazione strutturale da governare attraverso politiche più flessibili, capaci di distinguere tra età anagrafica, condizioni di salute, capacità funzionali e caratteristiche del lavoro svolto.
Sono alcuni dei dati emersi dalla presentazione del “XXV Rapporto annuale INPS” alla Luiss, a cui hanno preso parte Gabriele Fava, Presidente dell’Istituto, Paolo Boccardelli, Rettore dell’università, Gianfranco Santoro, Direttore centrale Studi e Ricerche INPS, Monica Paiella, professoressa dell’Università degli Studi di Napoli Parthenope e dirigente INPS, Pietro Reichlin e Luana Zaccaria, professori di Economia della Luiss. L’intervento di Alberto Petrucci, Head del Dipartimento di Economics and Financial Markets della Luiss, ha concluso il convegno.
Un cambio di prospettiva che il Presidente dell’INPS ha voluto commentare direttamente, leggendo nei dati sul lavoro da remoto la conferma di un’intuizione più ampia.
«Questi numeri ci dicono che flessibilità e permanenza al lavoro non sono in conflitto, sono alleate», ha osservato Fava. «Chi ha la possibilità di lavorare in modo più flessibile non lascia prima, resta più a lungo, e questo vale soprattutto per gli uomini, mentre per le donne il dato più basso ci racconta un’altra storia, quella di carriere ancora troppo condizionate dal lavoro di cura. Non possiamo continuare a ragionare per soglie anagrafiche fisse quando la realtà del lavoro e della salute si muove per traiettorie individuali. 65 anni non è più una soglia, è un numero».
Da qui, per Fava, discende una lettura più generale del rapporto tra demografia e sistema previdenziale, che ha voluto riassumere in una seconda dichiarazione. «Le pensioni di oggi raccontano le carriere di ieri, la pensione di domani si scrive nel lavoro di oggi» ha detto il Presidente. «Per due decenni abbiamo letto i dati demografici come un verdetto, e le preoccupazioni sull’invecchiamento della popolazione restano legittime, ma guardate da sole raccontano solo metà del Paese. L’altra metà emerge quando si cambia registro, dall’ansia demografica a un’agenda di opportunità con tre protagonisti, i giovani, la tecnologia, le imprese».
Fava ha quindi sviluppato il ragionamento entrando nel merito dei tre pilastri dell’agenda. «I giovani non sono il problema, sono la soluzione. Tra il 2019 e il 2025 gli assicurati INPS fino a 34 anni sono cresciuti del 12,4%, segno di una base contributiva che si allarga proprio dove si temeva si restringesse. La tecnologia, se governata come leva di produttività e non come minaccia occupazionale, genera valore e con esso gettito. E nessun giovane costruisce una carriera da solo, le imprese restano il primo partner della sicurezza sociale, il luogo dove le competenze diventano lavoro stabile» ha concluso, aggiungendo che «non si tratta di negare le difficoltà, si tratta di rispondervi con un’agenda concreta. È così che la pensione di domani si scrive, un contributo alla volta, nel lavoro di oggi».
XXV Rapporto annuale: flessibilità organizzativa allunga la carriera

