Cent’anni fa Henry Ford ha annunciato che nei suoi stabilimenti i dipendenti avrebbero lavorato cinque giorni anziché sei, senza alcuna riduzione dello stipendio.
Ad onor del vero, la svolta era già nell’aria, chiacchierata dai giornali, già in essere in alcune piccole realtà e discussa da sindacati e comunità religiose.
Tuttavia, fino a quel momento, nessun colosso industriale l’aveva concretizzata davvero.
Proprio per questo motivo, l’anniversario, ricordato dal The Guardian in un articolo di Jess Cartner-Morley, viene fatto coincidere con questo evento.
Il riposo, prima sacro e poi di mercato
Prima dell’avvento dell’industrializzazione, era il calendario religioso a rappresentare il confine tra giornate lavorative e giornate di festa.
Le prime concessioni del sabato libero sono arrivate da alcune aziende americane che volevano venire incontro alle necessità dei dipendenti di religione ebraica.
Nel Regno Unito fu, invece, l’azienda “Boots the Chemist” a ridurre per prima le giornate lavorative per circa cinquemila dipendenti nello stabilimento di Nottingham.
Ford, nel 1926, prese la decisione ufficiale. Non era, però, una scelta del tutto dettata dalla filantropia. Alla base di tutto c’era, infatti, un’osservazione: il tempo libero concesso agli operai non sarebbe stato tempo perso per l’azienda. Prima della riduzione, infatti, l’assenteismo nelle fabbriche Ford toccava il 10%, rappresentando un costo per l’azienda che la riduzione concessa ha contribuito a mitigare.
Il riposo settimanale a livello giuridico
Il primo documento internazionale è stato la Convenzione OIL n.14 del 1921 che imponeva un riposo minimo di 24 ore consecutive ogni sette giorni.
In Italia, invece, il Regio Decreto n. 692 del 1923 fissava il limite in otto ore giornaliere e 48 ore settimanali. Ha fatto poi seguito la legge n. 370 del 1934 che ha consolidato le disposizioni della Convenzione.
Nel 1948 la Costituzione, con l’art. 36, ha stabilito che il riposo settimanale sia un diritto irrinunciabile del lavoratore.
Si arriva solo in un secondo momento, tramite la contrattazione collettiva nei principali comparti, all’introduzione della settimana lavorativa da cinque giorni, corrispondenti a 40 ore settimanali.
Da ultimo, il D.Lgs n. 66 del 2003, in recepimento delle direttive comunitarie, stabilisce 11 ore di riposo tra la fine di un turno e l’inizio del successivo.
Il weekend non è uguale per tutti
L’articolo del The Guardian descrive gli “skiveday Frideys” come quei venerdì trattati dai lavoratori in ibrido come mezza giornata informale, tanto che, nel 2024, Transport for London ha provato senza successo a ripopolare gli uffici introducendo tariffe ridotte il venerdì.
La ricercatrice Liselotte Lyngsø (Copenhagen Future Navigator) parla di una frattura tra “time owners”, ovvero i lavoratori “della conoscenza” in grado di controllare la propria agenda lavorativa, e “time slaves” come ad esempio il personale sanitario, per cui il weekend rimane rigido aldilà dei cambiamenti a livello macro.
Nel mentre, lo smartphone ha portato al cosiddetto “mission creep”, ovvero le e-mail lavorative che continuano ad arrivare nel weekend, erodendo di fatto il riposo reale ed eludendo il confine che la normativa tutela solo in termini di durata della prestazione lavorativa e non anche in termini di effettiva raggiungibilità del lavoratore.
A cent’anni dalla decisione di Henry Ford, il tema del riposo sembra quindi essersi spostato: non riguarda più soltanto il numero di giorni o di ore lavorate, ma la possibilità concreta di disconnettersi dal lavoro.
Edoardo Todrani
La Rocca e Associati S.p.A.

