La solitudine e la crisi occidentale

Raffaele Marmo – La solitudine del lavoratore – Quotidiano Nazionale.

La crisi democratica dell’Occidente comincia quando il lavoro resta, ma smette di dare voce, identità e potere. Nel Novecento industriale, invece, il lavoro non fu soltanto salario: fu appartenenza, conflitto regolato, educazione politica, rappresentanza collettiva.

La fabbrica non produceva solo beni; produceva linguaggio, solidarietà, partiti, sindacati, quartieri, giornali, amministrazioni locali, case del popolo e parrocchie solidali. Dentro quel mondo, il lavoratore poteva essere sfruttato, ma non era invisibile. La deindustrializzazione ha rotto questa architettura prima ancora di ridurre i numeri. La manifattura non è sparita, ma ha perso centralità sociale.

L’Ocse parla da tempo di un processo che ha ridotto il peso del settore nell’occupazione e nell’attività delle economie avanzate. Il punto? Non è rimpiangere un passatoduro, gerarchico, maschile, faticoso. II punto è capire che, insieme con la fabbrica, èscomparso un sistema di mediazione. II lavoratore industriale aveva davanti un datore, unreparto, un contratto, un sindacato, una categoria, un territorio. II lavoratore post-industrialeincontra, invece, appalti, franchising, piattaforme, partite Iva forzate, turni mobili, algoritmi. Non sa sempre chi decide reddito, tempi, sicurezza.

David Weil ha chiamato questa trasformazione fissured workplace: un lavoro frantumato da subappalti, esternalizzazioni efranchising, dove diventa opaco il rapporto tra chi trae valore dal lavoro e chi formalmente loimpiega. Cosi il lavoro si individualizza proprio mentre diventa più dipendente. II riderattraversa la città da solo; l’addetto della logistica corre dentro una catena globale; cassiere,facchini, operatori dei call center, tecnici autonomi condividono la stessa esperienza: essere necessari all’economia e marginali nella sua rappresentazione. Non formano più facilmente un noi. E senza un noi il conflitto sociale non scompare: diventa rancore, sospetto, risentimento disponibile per chi sappia dare ad essi un nome. La crisi sindacale è il sintomo più evidente di questa perdita di infrastruttura collettiva. Secondo l’Ocse, la densità sindacale media nei Paesi membri si è dimezzata dal 1985, scendendo dal 30 al 15% nel 2023-24.

Si è ridotta anche la copertura della contrattazione collettiva, con differenze enormi tra Paesi a forte contrattazione settoriale e sistemi quasi interamente aziendali. Una trasformazione politica prima ancora che organizzativa. II sindacato novecentesco non era soltanto un soggetto contrattuale: traduceva una condizione materiale in parola pubblica. Portava dentro le istituzioni ciò che altrimenti sarebbe rimasto fatica muta. Quando questa funzione si indebolisce, il lavoratore può avere ancora un impiego, ma non necessariamente una rappresentanza. Può votare, ma non sentirsi ascoltato; essere nelle statistiche dell’occupazione e fuori dalla società che quelle statistiche celebrano.

La nuova economia produce un paradosso crudele: più occupazione non significa più dignità. Nell’Ue nel 2024 l’8,2% delle persone che lavoravano risultava comunque a rischio di povertà.

II lavoro non è più sempre l’antidoto alla vulnerabilità. Le piattaforme digitali rendonoestrema questa condizione: promettono autonomia e flessibilità, ma spesso producono dipendenza opaca. Il capo non ha volto, la valutazione sostituisce il giudizio, l’algoritmo distribuisce opportunità e sanzioni. Robert Castel aveva compreso che il lavoro salariato moderno non era soltanto subordinazione, ma anche protezione, statuto, integrazione sociale.

Quando quel legame si allenta, cresce il rischio della “disaffiliazione”: non semplice povertà, ma distacco dai sistemi che danno posto all’individuo nella società. Aris Accornero aveva già visto che la fine della centralità operaia non avrebbe lasciato soltanto nuovi lavori, ma anche un vuoto di riconoscimento. Dentro questo vuoto le destre illiberali sono entrate con più rapidità delle sinistre. Non hanno ricostruito la rappresentanza del lavoro; hanno dato al lavoro ferito un nemico. Hanno mutato la perdita di status in guerra culturale e la solitudine sociale in richiesta di ordine. A chi non si sente più protetto non offrono potere contrattuale, ma appartenenza; non un nuovo contratto sociale, ma un confine.

È una risposta regressiva, ma possiede una forza che il progressismo ha perso: riconosce il dolore prima di correggerlo. La sinistra, al contrario, ha troppo spesso parlato del lavoro con parole ereditate da un mondo che non esiste più o con il linguaggio astratto delle competenze, dell’occupabilità, della transizione. Ha visto il lavoratore come soggetto da formare e ricollocare, non come cittadino da rappresentare. Ha difeso i diritti civili, ma talvolta ha lasciato che quelli sociali apparissero materia amministrativa. Ha invocato l’inclusione, ma ha sottovalutato il bisogno di potere: incidere su tempi, salari, luoghi, sicurezza, vita quotidiana.

 La domanda decisiva della settima puntata di questa riflessione è allora questa: chi parla oggi a chi lavora ma non si sente più rappresentato? Non basta rispondere il sindacato, se il sindacato non entra nei servizi poveri, nelle filiere, negli appalti, nelle piattaforme. Non basta rispondere la politica, se i partiti non tornano nei luoghi in cui la vita economica si spezza.

Non basta rispondere lo Stato, se lo Stato si limita a erogare bonus e non ricrea potere collettivo. Occorre una nuova rappresentanza del lavoro disperso. Contrattazione di filiera, rafforzamento e ampliamento dei contratti collettivi, trasparenza sugli algoritmi, responsabilità delle imprese capo􀏐ila negli appalti, formazione vera, partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali, politiche industriali capaci di radicare occupazione buona nei territori. Non nostalgia della fabbrica, ma ricostruzione delle condizioni politiche che permettono al lavoro di non essere merce muta. Una democrazia liberale non regge se chi lavora si sente invisibile. Può sopportare il conflitto, per􀏐ino aspro; non sopporta a lungo la scomparsa della voce. Quando il lavoro perde rappresentanza, altri ne occupano il posto: il capo carismatico, il tribuno digitale, il nazionalismo sociale, la promessa di protezione controqualcuno. La fabbrica scompare, il rancore resta.

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