Posteremo di meno, dal lavoro al tempo libero

“Chatto dunque sono”? Non sarà piu’ così.

“L’addio all’ossessione per la performance passa da un anno con meno post e più presenza: gli esperti prevedono un 2026 in cui la società si orienterà verso attività che richiedono mani, occhi e presenza, piuttosto che schermi. I dati sono già evidenti

L’ossessione digitale. Un tratto, questo, che si porta dietro una serie di conseguenze sul nostro benessere psico-emotivo e che è stato accentuato da follie come il multitasking: in uno stesso frangente di tempo, secondo il modello assurdo del lavoro a tutti i costi e a tutte le ore, ci è stato chiesto di fare, pensare o organizzare più cose simultaneamente. Chi lo faceva era considerato uno tosto, uno di successo, salvo poi, pochi anni dopo, scoprire che secondo le neuroscienze con il multitasking otteniamo risultati mediocri e una notevole dose di stress. Di più: ne deriva una sostanziale assenza in tutte le attività coinvolte, che vengono svolte con una sorta di pilota automatico.

I social media e il web in generale hanno poi aggiunto il carico da novanta, soprattutto nel nostro tempo libero. L’abisso digitale in cui ci siamo gettati ci porta ogni giorno a ignorare per ore e ore (in questo approfondimento trovate qualche coordinata in più sulla quantità assurda di tempo che trascorriamo online) ciò che ci sta intorno, chi ci sta intorno, cosa sentiamo e come ci sentiamo.

Il mondo che ci circonda viene così messo in sordina, silenziato, una comparsa nelle nostre vite. Di recente ho trascorso volutamente diverse settimane senza connessione nel telefono e mi sono sorpreso, tra le altre cose, a notare quanti dettagli della vita intorno a noi riaffiorano quando riemergiamo dallo schermo dello smartphone. Diventano più colorati, passano di piano, dal secondo al primo in pochi giorni.

La nostra ossessione digitale si sta indebolendo?

Secondo alcune indagini una quota crescente di persone si sta rendendo conto di questo fenomeno. Così, se alcuni sostengono che nel 2022 ci sia stato, complice la pandemia, il picco dell’uso dei social media, che ormai sono sempre meno socializzanti e sempre più zeppi di contenuti creati con l’AI e pubblicità, altri, fra cui il giornalista e saggista Kyle Chayka sul New Yorker, ritengono che ci stiamo avviando lentamente ma inesorabilmente verso un’assenza di post su ciò che ci accade, verso una riprivatizzazione delle nostre vite.

In un’intervista alla BBC, Chayka rileva che «gli svantaggi del pubblicare sono troppo grandi e i vantaggi non sono sufficienti». Fra i primi si annoverano commenti al vetriolo, strumentalizzazioni di ciò che pubblichiamo, perfino battutine dei colleghi se sembriamo troppo felici o, ad esempio, poco schiacciati dalla quotidianità lavorativa. Prevede poi nel prossimo futuro «un modo più privato e intimo di connettersi online», senza prospettare un declino totale del nostro ricorso alla tecnologia digitale, e ipotizza che il picco di utilizzo dei social «abbia creato un maggiore desiderio di interazione di persona e ci abbia ricordato il valore della condivisione nella vita reale».

Il 2026 è un anno più analogico?

Non so voi, ma io bramo da tempo una riduzione del tempo che dedichiamo alla tecnologia digitale e considero ammirevoli iniziative politiche come quella australiana, che nel 2025 ha vietato l’uso dei social ai minori di sedici anni.

So di non essere il solo e per il 2026 ci sono previsioni che parlano di un possibile ritorno ad attività che non prevedono chip e schermi, per lo meno per quanto riguarda il tempo libero. Una seria riflessione dovrebbe, a mio avviso, interessare anche il lavoro, dove il concetto stesso di terminalista, colui che secondo alcuni contatti collettivi nazionali lavora al pc, a volte mi ricorda l’edizione Anni Duemila dell’operaio della catena di montaggio delle fabbriche di inizio Novecento.

Tornando al tempo libero è significativo che gli esperti di tendenze prospettino una rivincita delle attività in presenza, senza schermi e spunte blu fra le scatole. È – anche – una possibile rivoluzione sensoriale, se è vero che nel 2026 useremo di più le mani.

Questa questione del fare qualcosa di pratico, di fisico, di tattile in ultima analisi, mi ha affascinato da quando un amico mi disse che per calmarsi aveva bisogno di dedicare qualche minuto a una qualsiasi faccenda domestica, come lavare i piatti o spolverare. Qualcosa che richiedesse l’uso delle mani, appunto, il contatto con la pelle. Negli anni ho poi notato che io stesso ho sviluppato questa forma di bilanciamento, soprattutto quando l’uso eccessivo del pc mi drena le energie.

Tutto ciò mi fa riecheggiare nella mente le parole di Selene Rondinone, insegnante di yoga ipovedente, che una volta mi ha spiegato che nella cultura yogica è proprio il tatto «il senso più sincero» e quello che più ci aiuta ad allenare quella presenza in ciò che facciamo, che è uno dei passaggi fondamentali – questo secondo diverse teorie e discipline – per aspirare a una vita più serena.

Verso una società meno performativa

Una maggiore concentrazione sulla presenza può tradursi in un altro – bellissimo – risultato: una minore attenzione alla performance che, ricordiamolo, non riguarda solo ciò che facciamo al lavoro, ma anche la nostra vita sociale.

Questo perché concentrarsi maggiormente sul presente, su ciò che accade nel momento che stiamo vivendo, diminuisce l’importanza di ciò che avverrà nel prossimo futuro, comprese le conseguenze e l’impatto sulle altre persone che quella specifica attività potrebbe avere. Sembra una sciocchezza, ma per la società che abbiamo tutti contribuito a creare è qualcosa di rivoluzionario. Pensate all’ultima volta che avete fatto qualcosa per il semplice piacere di farlo e capirete subito di cosa parliamo.

Sembra così chiudersi un cerchio di buoni propositi che darebbe una forma davvero interessante al 2026: un anno con meno post, più attenzione a ciò che ci succede e a chi ci sta intorno, e la possibilità di dedicarci a qualcosa per il semplice gusto di farlo, senza pensare a quanto bene lo faremo, a cosa ci potrebbe portare o a cosa gli altri penseranno di noi”. Testo riprodotto da JQ Italia.

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