La tecnologia ha trasformato profondamente il modo in cui viviamo le relazioni e interagiamo con gli altri. Strumenti digitali e piattaforme sociali, se da un lato favoriscono connessioni più rapide e pervasive, dall’altro possono amplificare dinamiche di controllo e di invasione della privacy.
In questa prospettica, diverse istituzioni legislative hanno iniziato a introdurre misure restrittive per proteggere categorie vulnerabili: un esempio recente arriva dall’Australia, dove dal 10 dicembre sarà in vigore il divieto di accesso ai social media per gli utenti sotto i 16 anni (Fonte: AGI) .
L’iniziativa, sebbene sia stata criticata per il suo approccio improntato più al divieto che all’educazione, può essere letta come un segnale di attenzione verso la protezione dei più giovani dall’esposizione precoce e non mediata alla tecnologia. Questo contesto risulta utile a una riflessione su come la tecnologia possa favorire e intensificare forme di violenza già esistenti, come quella di genere.
Che cos’è la “violenza digitale”?
È appena trascorsa la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza che, per non ridursi a semplice rituale, offre l’occasione di mettere in luce non solo le forme tradizionali di violenza, ma anche quelle veicolate e amplificate dalla tecnologia.
Il Consiglio d’Europa l’ha definita, appunto, “violenza digitale”: «essa comprende qualunque forma di violenza psicologica, fisica, sessuale o economica facilitata da strumenti digitali, piattaforme social, reti online, intelligenza artificiale e altre tecnologie».
La tecnologia ha infatti mutato una violenza che ha radici antiche: il controllo, la minaccia, la coercizione non scompaiono, ma si manifestano attraverso strumenti nuovi, spesso invisibili, che permettono agli aggressori di perseguitare, intimidire e umiliare le vittime a distanza, in maniera costante e difficilmente rilevabile.
Rientrano in questa categoria minacce e molestie online, stalking, diffusione non consensuale di immagini intime, manipolazione di contenuti tramite deepfake, doxxing e sorveglianza attraverso spyware.
“Uomini che spiano le donne”
Su quest’ultimo fenomeno si è concentrata l’inchiesta “Uomini che spiano le donne” di Laura Carrer, giornalista di Irpi Media, recentemente intervistata dalla trasmissione radiofonica Il Tuffo. Gli stalkerware – descrive Carrer – sono software di sorveglianza digitale, che vengono frequentemente impiegati per controllare partner e compagne e che, dunque, trasformano lo smartphone in uno strumento di controllo invasivo.
L’indagine prende le mosse dal caso dell’app Spyhide: l’utente che la installa può spiare messaggi, chiamate, posizione, rubrica, foto e video di un altro telefono, senza che la persona controllata ne sappia nulla.
L’indagine riporta, inoltre, che almeno 64 cittadini italiani hanno utilizzato l’app per controllare partner o ex partner, dimostrando come strumenti tecnologici possano essere convertiti in mezzi di sorveglianza e violenza domestica.
Perché difendere la privacy?
Questi casi evidenziano quanto sia cruciale promuovere un’educazione all’uso consapevole della tecnologia: difendere la privacy e i dati personali costituisce, anch’esso, un diritto fondamentale e inalienabile all’autodeterminazione. Comprendere i suoi rischi e i suoi limiti d’uso non significa rinunciare alle opportunità di connessione, ma rendere reale il diritto di ogni individuo a vivere la propria vita digitale in sicurezza e in libertà.
Kim Valerie Calingasan Vilale
La Rocca e Associati S.p.A.

